Il Professore : ... ... Giova ricordare , peraltro , IL Che Personaggio Il proprietario del bene confiscato , in partiture OCCASIONE delle elezioni sosteneva Amministrativo Il Candidato della lista "Rinascita Isolana " Rosario Rappa .

venerdì 24 giugno 2016

Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra” Alamia e il giallo dei Maiorana "... fare sparire due persone"


MAIORANA CALLIOPE VARIANTE SEQUESTRO ABITABILITA' di isolapulita




 Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra”



Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra”



I pentiti lo indicano come socio e prestanome dell'ex sindaco Vito Ciancimino, di cui fu anche assessore al Turismo. E' stato in affari con l’imprenditore Maiorana, scomparso con il figlio nel 2007. Sequestrati 100 immobili e tre imprese che valgono 15 milioni di euro. Altri sei milioni sequestrati dai carabinieri a un fiancheggiatore dei boss



Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra”


http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/06/23/news/sigilli_al_patrimonio_del_costruttore_alamia_la_finanza_ha_fatto_carriera_grazie_a_cosa_nostra_-142689164/


Alamia e il giallo dei Maiorana  "... fare sparire due persone"

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Il nome dell'imprenditore salta fuori nell'indagine sull'omicidio dei due costruttori scomparsi nel nulla.


PALERMO - La mattina del 3 agosto 2007 si perdono le tracce di Antonio e Stefano Maiorana, padre e figlio.Pochi mesi fa dal buco nero che ha ingoiato i costruttori sono emerse delle tracce. Per la precisione, la suola in gomma di una scarpa e un sacco con delle macchie di colore rosso. Non conosciamo l'esito delle analisi scientifiche dei carabinieri del Ris. Presto, però, potrebbe arrivare la svolta investigativa. Se così fosse saremmo di fronte alla più macabra delle conclusioni: i Maiorana sarebbero stati ammazzati.

La scarpa e il sacco sono stati trovati in un terreno non lontano da Palermo di cui non è trapelata mai la localizzazione. Un particolare, però, è saltato subito all'occhio degli inquirenti coordinati dai pubblici ministeri Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. La suola e il sacco erano coperti da una grossa quantità di ghiaia, di quella usata per il calcestruzzo. Ghiaia “pulita”, cioè mai utilizzata. Qualcuno, dunque, potrebbe avrebbe potuto utilizzare il materiale nella speranza di consegnare all'oblio i segni di un omicidio.

Come sono arrivati i carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo, che avevano già scavato fra Carini, Villagrazia di Carini e Isola delle Femmine, fino al logo del ritrovamento? Ed è in questo contesto che è saltato fuori il nome di Francesco Paolo Alamia. Il dichiarante Massimo Ciancimino e il pentito Francesco Campanella hanno contribuito a indirizzare le indagini sul mondo degli affari, ma la svolta sarebbe arrivata da altri.

Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, morto nel 2002, ha raccontato dei propri legami con Antonio Maiorana nella cooperativa Coreca 2000 e della paura che l'imprenditore gli avrebbe manifestato un mese e mezzo prima della scomparsa: temeva che gli accadesse qualcosa. Alamia e Maiorana si conoscevano dagli Ottanta, quando erano soci nella Progea, proprietaria anche del residence “Baia dei sette emiri” di Cefalù. Ed ancora Alamia era pure presente nella Calliope srl, la società che stava costruendo alcune villette a Isola delle Femmine.

Il cantiere della Calliope è l'ultimo posto in cui furono visti i due costruttori. La loro auto, una Smart, fu poi ritrovata nel parcheggio dell'aeroporto di Palermo, ma dai controlli risultò che i due non avevano preso alcun volo. L'inchiesta è stata chiusa e riaperta. E adesso si indaga per omicidio.

Dieci giorni prima della scomparsa, Alamia e la famiglia Bandiera, proprietaria del terreno, avevano firmato la cessione delle quote della Calliope a Dario Lopez, che ne deteneva già il 50%, e da questi a Karina Andrè, ex compagna di Maiorana padre.

Nel fascicolo dei pm c'è poi l'intreccio di sms e telefonate il giorno della scomparsa: Stefano e Antonio Maiorana, rispettivamente alle 5.51 e alle 5.21, si trovavano in via Primo Carnera a Capaci. Hanno chiamato e ricevuto un sms da Alamia. Alle 6.23 Alamia entrò in contatto con Lopez. La telefonata durò 200 secondi. Non è tutto. L'auto dei Maiorana, una Smart, fu ritrovata nel parcheggio dell'aeroporto tanto da giustificare, almeno a primo acchito, l'ipotesi dell'allontanamento volontario dei due imprenditori. Un personaggio tra quelli vicini ai Maiorana, un'ora e mezzo dopo (alle 7.52), attivò con il suo telefono la stessa cella che copre la bretella autostradale in uscita dall'aerostazione di Punta Raisi. Poco dopo, alle 8.11, venne filmato mentre prendeva un caffè dalle telecamere di un rifornimento di benzina Erg lungo la statale 113 tra Isola e Sferracavallo. E se fosse partito dall'aeroporto dove è stata ritrovata la Smart?

Infine c'è il capitolo intercettazioni. Uno dei primi telefoni a finire sotto controllo è stato quello di Alamia. Che il 4 ottobre 2007 lasciava intendere ad un amico che Antonio Maiorana poteva essere stato vittima del racket, rifiutandosi di pagare il 3% dei lavori ai boss (“E poi presto veniva lui... lo scienziato che era... ci sono andati a parlare di soli... no nascondili nella tasca... a te che ti costa il 3%? Mettiti d'acco... che hanno i coglioni più grossi di lui... basta fare 4 fatture... quattro cose... per raccogliere... avrebbe avuto”).

Alamia non escludeva una lupara bianca: “Una cosa così grave... fare sparire due persone... una che poverino non c'entrava niente... ma perché devo andare a fare queste cose... significa essere belve umane... quindi se il male è proporzionato all'errore che ha fatto, quanto deve essere questo errore?”. Poi aggiungeva che c'erano problemi da risolvere: “C'è merce da pagare... centinaia di milioni di contravvenzioni di cose...”.

Gli investigatori, a quel punto, misero il naso nel mondo dei fornitori. E scoprirono che nel cantiere di Isola avevano lavorato i fratelli Giuseppe e Antonio Di Maggio e Pietro Cinà, considerati vicini ai Lo Piccolo. A ciò si aggiungeva che alcuni sms anonimi, inviati al telefonino di Marco Maiorana, secondogenito di Antonio che decise di togliersi la vita, annunciavano che padre e fratello erano stati ammazzati dal boss di San Lorenzo. Del cantiere di Isola si parlava in una lettera trovata nel covo di Salvatore Lo Piccolo a Giardinello. Pietro Cinà, che si firmava Alfa, scriveva al capomafia per incassare un credito di 74 mila euro per i lavori fatti nel cantiere di Isola. I carabinieri interrogarono i pentiti. Uno di loro, Andrea Bonaccorso, disse: “Con riferimento alla scomparsa dei Maiorana so che i Lo Piccolo avevano fatto pervenire un biglietto da recapitare a Franco Zizo, socio dei Maiorana, per avere informazioni. Ma Zizo aveva risposto dicendo che non ne sapeva nulla. Lo Piccolo non si spiegava l'episodio visto che il cantiere era già a posto. Non era a conoscenza di nulla, precisano che probabilmente si trattava di problemi all'interno del cantiere”.

Nel corso delle indagini saltò fuori anche una lettera scritta da un'altra donna con cui Maiorana aveva intrattenuto una relazione sentimentale. La donna avvertiva la Andrè che il costruttore stava lavorando ad un progetto per un villaggio turistico a Selinunte. Per risolvere alcuni problemi burocratici, aveva cercato agganci con l'amministrazione comunale di Castelvetrano, con un deputato regionale della zona e pure con Giuseppe Grigoli, uomo Despar in Sicilia occidentale, braccio economico di Matteo Messina Denaro. Il ruolo di Maiorana nell'affare di Selinunte è rimasto finora poco chiaro. È emerso che la società incaricata a trattare era stata la Me Svil di cui Maiorana è stato amministratore unico fino al 2004. Successivamente le quote societarie sono passate ad un'altra proprietà. I nuovi soci hanno raccontato di non avere avuto mai a che fare con Maiorana.


http://livesicilia.it/2016/06/24/maiorana_762057/



Giallo Maiorana, svolta nelle indagini: indagati i 2 soci

Accusati di omicidio dalla procura Dario Lopez e Francesco Paolo Alamia, soci dei Maiorana del cantiere di Capaci dal quale scomparvero il 3 agosto del 2007
Giallo Maiorana, svolta nelle indagini:  indagati i 2 soci
ANTONIO MAIORANA 
È la svolta che si attendeva da tempo. La scomparsa degli imprenditori Antonio e Stefano Maiorana è un caso di omicidio. È con quest'accusa che la procura ha indagato Dario Lopez e Francesco Paolo Alamia, soci dei Maiorana del cantiere di Capaci dal quale scomparvero il 3 agosto del 2007. Una svolta sulla quale trapela molto poco. Di certo c'è che carabinieri e magistrati hanno le idee abbastanza chiare.







A portarli sulla strada giusta sarebbe stata un'intuizione felice che avrebbe aperto le porte del movente. L'omicidio sarebbe maturato nell'ambito di contrasti per grossi affari legati ai cantieri edili. Si tratta di contrasti per grosse somme e nei quali si sarebbero inserite anche questioni private. Una storia molto cruda sulla quale è importante lasciare spazio al silenzio, per adesso, per non compromettere le indagini. Gli accertamenti del Ris su una suola di gomma e un sacco, ritrovati a Villagrazia di Carini a gennaio, sono state rinviate a giugno per motivi d'indagine.





L'inchiesta, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dai pm Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, sarebbe molto complessa e non è escluso nemmeno che ci sia anche la mano della mafia dietro al delitto. Alamia, socio in affari di Maiorana dagli anni Ottanta, è stato anche assessore comunale a Palermo e avrebbe avuto rapporti d'affari con l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Indagato per concorso in associazione mafiosa insieme a Dell'Utri e Berlusconi, la sua posizione venne archiviata nel 1997. Dario Lopez, invece, sarebbe stato uomo di mediazione, colui che garantiva la tranquillità del cantiere.


Giacomo Frazzitta, l'avvocato che difende l'ex moglie di Maiorana, Rossella Accardo, aveva offerto spunti investigativi sui soci delle due vittime: messaggi e contatti telefonici sospetti. Gli approfondimenti poi si erano inabissati e l'indagine era stata archiviata. Della pista che portava al cantiere nel 2008 parlò anche il pentito Gaspare Pulizzi, ex braccio destro del boss Salvatore Lo Piccolo: «Lo Piccolo mi aveva detto che la scomparsa dei Maiorana è stata determinata da contrasti interni al cantiere».


Nel  gennaio del 2009, poi, si suicida il fratello di Stefano, Marco. Si ricostruì che il ragazzo non aveva retto al dolore, adesso sembra chiaro che era depositario dei segreti del padre e del fratello. D'altronde in una copia di un Topolino era stata trovata anche questa frase: «Con Karina (la donna del padre, ndr) abbiamo distrutto la memoria del pc…Sapevo che quella mattina mio fratello andava a discutere qualcosa di grave e non sono riuscito a trattenerlo».


 

Pulizzi, ritenuto uno dei collaboratori più stretti di Lo Piccolo, in pratica ha ricostruito le strategie del boss, le alleanze e gli obiettivi 
Il pentito rivela anche i retroscena della sparizione dell'imprenditore edile Antonio Maiorana e del figlio Stefano, spariti il 3 agosto scorso. Dietro la scomparsa non ci sarebbe la mano della mafia, ma dei contrasti sorti nell'ambito lavorativo. Pulizzi racconta che "Lo Piccolo aveva detto che la scomparsa dei Maiorana è stata determinata da contrasti interni al cantiere". 

L'imprenditore e il figlio stavano realizzando alcune palazzine a Isola delle Femmine, nel Palermitano, e il 3 agosto si erano allontanati dal cantiere. 
continua su.... 

Comitato Cittadino Isola Pulita 

01/02/2008 
http://www.lasiciliaweb.com/index.php?id=1305 

http://la-rinascita-a-isola-delle-femmine.blogspot.com/2008/01/calliope-italcementi-prefabbricati-nord.html#links 

















http://liberaisoladellefemmine.blogspot.it/2016/03/maiorana-calliope-variante-sequestro.html



ALAMIA,LOPEZ,MAIORANA,CALLIOPE,MEGNA,VERDE AGRICOLO,CIANCIMINO,CINA'PIETRO,GIUSEPPE E ANTONIO DI MAGGIO,ME SVIL,SELINUNTE,ZIZO FRANCO,COMMISSARIO AD ACTA Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra” Alamia e il giallo dei Maiorana "... fare sparire due persone"

domenica 5 giugno 2016

L’omicidio Enea martedì 8 giugno 1982



L’omicidio Enea martedì 8 giugno 1982

34 anni son  trascorsi da quel tragico martedì dell’8 giugno, quando la mano della mafia crivella con diversi  colpi di pistola il Nostro Concittadino Vincenzo Enea.
La Giustizia ha emesso la sua  sentenza  di condanna peraltro confermata dalla Corte di Appello di Palermo il 19 febbraio 2015 e depositata il 17 agosto 2015.
L’attenta lettura della sentenza fa emergere una storia “non scritta”  che a partire dagli anni settanta è stata appannaggio della mafia e della criminalità organizzata con la benevola compiacenza di PUBBLICI Amministratori, una storia fatta di “violenza e prevaricazione”.
Ad oggi, c’è da chiedersi e mi chiedo:
Cosa è cambiato dal punto di vista culturale, negli atteggiamenti e nei comportamenti dei Cittadini di Isola delle Femmine?
Di PIU’
Cosa è cambiato, ad oggi, in chi è delegato a gestire la cosa pubblica nel rispetto delle regole e della legalità?
Non è di certo con il protagonismo e il presenzialismo  del personaggio di turno (che è quasi sempre il medesimo personaggio) o qualche regolamento in più  che si ristabilisce la legalità  e il rispetto delle regole. C’è da chiedersi se non rappresentino delle  mosse astute, tese ad  apparire come mere “operazioni di facciata” .
Per una vera “Rivoluzione” oggi è importante che i Cittadino diventino i veri protagonisti che diventino i fautori della legalità e della lotta alla mafia, I Cittadini, devono loro scrivere la storia, raccontandosi i fatti e i misfatti di Isola delle Femmine devono avere il coraggio di urlare a squarciagola NOI SIAMO LA STORIA.   

Pino Ciampolillo

Fatti e misfatti  ricorrenti tra loro e concatenati:

·         L’omicidio Enea martedì 8 giugno 1982

  •  IL PIANO REGOLATORE GENERALE 1977 D.A. 8
  • Norme di Attuazione D.A. 83 1977 per le zone B D   mentre per le zone stralciate D.A. 121 1983 venne  approvata la perimetrazione relativa alle zone C espansione residenziale attraverso le lottizzazioni
  •  Regolamento edilizio delibera Consiglio Comunale n 20 29 gennaio 1982
  • La decimazione della Giunta  con arresti dell’ 11 ottobre 1984
  •  L’incendio all’ufficio tecnico del Comune novembre 1979
  •  LOTTIZZAZIONI EDILIZIE a partire dal 1985  Di Matteo Pietro e altri, Tourist Holliday,La Paloma, Lo  Bianco, Don Bosco, la Calliope ……… cementificati oltre 100 mila metri quadrati del territorio di Isola delle Femmine 
  •  Piani Particolareggiati  scaduti maggio 2002
  •  ADDIO PIZZO 5 2010
  • Lo scioglimento del Consiglio Comunale di Isola delle Femmine nel 2012



LA SENTENZA  di Appello n 6 2015 depositata il 17 agosto 2015   

….tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, i clan mafiosi operanti nella zona che ricomprendeva anche ISOLA DELLE FEMMINE avevano messo le mani sulle attività  edili del territorio, e tramite l’uso del PRESTANOME nelle imprese mafiose nonché di TECNICI e di AMINISTRATORI  compiacenti intendevano sbaragliare la concorrenza di imprenditori “liberi” quali Enea Vincenzo, anche attraverso l’uso della forza.

L’impegno dell’edilizia è un dato che contraddistingue la Cosa Nostra dell’epoca, secondo dati verificati in numerosi processi relativi a quel periodo e poi rielaborati in numerosi contributi della letteratura socio-criminologica che porteranno alla approvazione della legge Rognoni-La Torre proprio del settembre 1982.

Quel fenomeno sancisce il passaggio dalla “mafia tradizionale” alla “nuova mafia”; e spiega l’attivismo delle cosche sui mercati legali e non degli anni settanta, evidenziando il peso di significative sinergie: capacità di organizzare i fattori della produzione (capitale e lavoro), a cui si collega l’uso strumentale della forza intimidatoria derivante dai vincoli associativi, come si evince anche dall’esame del presente processo.

In altri termini, proprio a partire dagli anni settanta si registra anche nei luoghi come ISOLA DELLE FEMMINE un “salto di qualità” dell’azione di Cosa Nostra, legato all’urbanizzazione susseguente all’abbandono delle campagne. Le cosche spostano i loro interessi. 

Dall’economia agricola passano al settore commerciale e industriale. I particolare intervengono nel campo dell’edilizia e dei lavori pubblici. Si perfeziona così un nuovo modello di impresa mafiosa. Radicamento ed espansione sono propiziate da disponibilità finanziarie elevate, che vengono dai traffici illeciti (armi,droga, estorsioni, usura): dal ridotto costo del lavoro, grazie all’intimidazione violenta dei lavoratori e dei sindacalisti; dalla riduzione dei costi di corruzione e dalla creazione di barriere all’entrata (con l’istituzione di cartelli, ad esempio nel settore dei PUBBLICI APPALTI); dallo scoraggiamento della concorrenza con forme subdole di violenza e prevaricazione.

Scoraggiamento della concorrenza con  violenza e prevaricazione  sistematica sono i dati che emergono dalla storia imprenditoriale degli ultimi anni di Enea Vincenzo, penalizzato dallo sconfinamento del complesso alberghiero Costa Corsara riconducibile ad una a società come B.B.P. infiltrata in logiche mafiose ………………………………………………………………… ……………………………….

All'esito dei primi accertamenti da parte della polizia giudiziaria, il relativo rapporto del 26 ottobre 1982 concludeva con l'evidenziare alcune particolari circostanze:

 - il clima di intimidazione diffusa attorno alla indagine che ha portato molti testimoni ad assumere un atteggiamento reticente;

-la convinzione che il soggetto che avrebbe potuto rendere un contributo decisivo ai fini della individuazione  dei responsabili dell'omicidio Enea Vincenzo era da identificare nel figlio della vittima, Pietro Enea, il quale in quegli anni aveva vissuto ogni giorno al fianco del padre convivendo con lui l'esperienza lavorativa e l'hobby della pesca;

- la sensazione che il motivo del silenzio dell'Enea Pietro fosse dettato dall'esigenza di proteggere i suoi familiari da eventuali ritorsione nel caso in cui avesse deciso di collaborare con le autorità competenti;


- il movente dell'omicidio collegato ai rapporti economici  intercorrenti  tra Enea Vincenzo e D'Agostino Benedetto e agli interessi di costoro confliggenti con quelli di imprenditori edili in qualche modo riconducibili al mondo del crimine organizzato.









POMIERO,BBP SNC,BRUNO FRANCESCO,MUTOLO,RICCOBONO,MACALIZZI,NAIMO,ENEA VINCENZO,VASSALLO GIUSEPPE,COPACABANA,BADALAMENTI,SCIOGLIMENTO CONSIGLIO COMUNALE ISOLA DELLE FEMMINE,ARRESTI DELA GIUNTA 1984 11 OTTOBRE,PRG,PIANI PARTICOLAREGGIATI,1982,


1982, ARRESTI DELLA GIUNTA 1984 11 OTTOBRE, BADALAMENTI, BBP SNC, Bruno Francesco, COPACABANA, Enea Vincenzo, MACALIZZI, MUTOLO, NAIMO, PIANI PARTICOLAREGGIATI, pomiero, PRG, RICCOBONO, Vassallo Giuseppe,



L’omicidio Enea martedì 8 giugno 1982

venerdì 26 febbraio 2016

LA JIHAD OIKOTHEN CAPITOLO 01: “ELIMINATE IL P.M. MUSCO!”




tratto da "http://www.qtsicilia.it"   Venerdi, 26 febbraio 2016


LA JIHAD OIKOTHEN CAPITOLO 01: “ELIMINATE IL P.M. MUSCO!”



Cronaca Mercoledi, 24 febbraio 2016

Fonte: qtsicilia.it

di Adomex

L'insalubre zona industriale di Siracusa per diversi anni è stata sotto osservazione del magistrato ambientalista Maurizio Musco.

Le sue indagini hanno messo in ginocchio le aziende del petrolchimico di Siracusa costrette a subire diverse condanne per gravi eco-reati, come il traffico o il trattamento illecito di rifiuti, la gestione illecita di discariche.

Maurizio Musco è il magistrato, tra l'altro, che è riuscito a fare ottenere risarcimenti alle famiglie che hanno subito malformazioni a carico dei loro figli, a Siracusa.

Sino alla metà dell’anno 2011 il dott. Musco era considerato uno dei migliori magistrati del distretto di Corte d’appello di Catania, uno dei massimi esperti nazionali in materia di eco-reati.

Poi succede qualcosa di strano. Musco tocca fili che non avrebbe dovuto toccare.

L’indagine su una società che si occupa di gestione di rifiuti: la Oikothen. Si tratta di una società che avrebbe voluto, ma ci tenta ancora, realizzare una piattaforma polifunzionale per il trattamento di rifiuti pericolosi. Nel corso delle indagini Musco scopriva che “le carte” presentate ai competenti uffici per ottenere le autorizzazioni, contenevano elementi falsi, in quanto la realizzazione della discarica incriminata avrebbe comportato il rischio concreto di compromissione di una falda acquifera nel Comune di Augusta, falda che compariva e scompariva dalle carte secondo in quale ufficio resiedevano.

Musco, dopo le dovute indagini, chiede il rinvio a giudizio dei dirigenti della società Oikothen e dell’allora sindaco di Augusta Massimo Carrubba e del vice sindaco Nunzio Perrotta. Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che il comune di Augusta in seguito verrà sciolto per infiltrazioni mafiose.

I dirigenti Oikothen optano per il rito abbreviato, mentre Carrubba e Perrotta chiedono il rito ordinario. All’esito dell’udienza preliminare i dirigenti Oikothen vengono condannati e Carrubba e Perrotta rinviati a giudizio.

Successivamente alla sentenza di condanna per i dirigenti della società incriminata, viene imputato anche il geologo Marco Petitta, perito che era stato nominato dal giudice come consulente tecnico. Quest’ultimo filone del caso Oikothen viene assegnato, in sede di udienza preliminare, guarda caso al giudice Vincenzo Panebianco.

Nel giungo del 2012, mentre era pendente la predetta udienza preliminare, Musco scopre che, attraverso un sistema di scatole cinesi, dietro la società Oikothen vi erano “nomi pesanti” tra cui, guarda caso, proprio la moglie del Giudice Panebianco, Elena Dessena Quercioli. Il Giudice Panebianco, nonostante ciò, trattò la prima udienza come se nulla fosse, con nonchalance. Ma il dott. Musco, accortosi della combine, presentava all’udienza successiva, istanza di ricusazione del giudice Panebianco, che "sorpreso" dichiarava in udienza che “apprendeva solo in quel momento” che la propria moglie avesse cointeressenze economiche con la società Oikothen, decidendo, una volta scoperto, di astenersi autonomamente.

Come mai nessuno ha gridato allo scandalo per tutto ciò? La stampa locale, mentre attaccava Musco, di contro rimaneva assolutamente silente dinnanzi a tale plateale situazione di incredibile, imbarazzante incompatibilità. Tace la magistratura.
Come mai, anche il Ministro Paola Severino non ha voluto vederci chiaro sui rapporti tra Oikothen, la moglie del Giudice Panebianco e lo stesso Giudice Panebianco? Lo spieghiamo di seguito.

Continuiamo!

Ad un certo punto della sua indagine Maurizio Musco scopre, ulteriormente, che dietro la società Oikothen vi era un altro nome pesantissimo: Emma Marcegaglia. La Marcegaglia, come ben sanno tutti, cura gli interessi dell’omonimo gruppo di famiglia e negli ultimi anni attraverso una interessante operazione di lifting d’immagine ha cercato di presentarsi pubblicamente come esempio di esemplare moralità imprenditoriale.

E’ opportuno, però, ricordare che: <<Antonio Marcegaglia, del gruppo Marcegalia,  ha patteggiato (nel 2004) una condanna a 11 mesi di reclusione e un risarcimento di circa 6 milioni di euro>> Non solo, ma <<dalle sue dichiarazioni rese ai pm è nato un filone d’indagine forse ancora più imbarazzante per la famiglia mantovana che controlla uno dei più importanti gruppi siderurgici italiani. Sì, perché grazie alla collaborazione delle autorità di Berna, la Procura di Milano ha ricostruito una rete di conti svizzeri alimentati per un decennio da fondi neri dei Marcegaglia. Un vero tesoretto, che secondo la ricostruzione dei magistrati sarebbe stato utilizzato dalla famiglia della presidente di Confindustria per una lunga serie di operazioni riservate>>. (fonte Il Fatto Quotidiano).

Questi i soggetti di cui ci stiamo occupando. Che nel 2012, come è noto, hanno scatenato a Siracusa un vero e proprio tsunami nei confronti del PM Musco. Una impressionante campagna mediatica prezzolata, alimentata da interrogazioni parlamentari ad orologeria, ha fatto si che l’allora Ministro Paola Severino disponesse un’ispezione nei confronti della Procura di Siracusa. Ispezione finalizzata a stabilire se il Musco avesse favorito o meno nello svolgimento della sua attività l’avv. Piero Amara, legale di importanti gruppi industriali operanti sul territorio nazionale ed internazionale. Una ispezione di intimidazione e condizionamento dell’azione giurisdizionale la definiremmo, perchè intrapresa su argomenti che nulla ci azzeccavano con l'inkiesta in corso. Una macchina del fango ad usum delfinii.

Nonostante tutto ciò, però, al termine del loro lavoro gli ispettori nominati dal Ministro Severino,  scrivevano che “l’adombrata corsia preferenziale che secondo i giornali interessati ed i deputati interroganti sarebbe stata riservata allo studio dell’avv. Amara si era rivelata di fatto inesistente”.Coerentemente gli ispettori non rilevano alcuna anomalia nell’azione giurisdizionale della Procura aretusea.

Malgrado tutto ciò, l’allora Ministro Paola Severino sollecita la Dir. Generale Magistrati (che nulla ha a che vedere con le inchieste ispettive) a formulare “valutazioni e proposte”. La Dir. Generale Magistrati, dopo qualche giorno, propone al Ministro di chiedere il trasferimento del dott. Musco sulla base di “attuali” cointeressenze economiche tra il magistrato e l’avv. Amara, in controtendenza all'esito dell'ispezione ministeriale. Mentre tace sulle vere inquietanti incompatibilità di altri.

Il Ministro Severino, che non era di certo disinteressata agli affari della famiglia Marcegaglia, sottolineava tali medesime infondate circostanze, circa le “attuali” cointeressenze economiche e chiedeva al C.S.M. il trasferimento immediato del dott. Musco.

Il C.S.M., nelle more degli accertamenti nel merito, trasferiva in via provvisoria Musco alla Procura di Palermo, salvo poi reintegrarlo alla Procura di Siracusa.

 E sorgono alcune domande spontanee:

Come mai il Ministro Paola Severino, nonostante fosse stato dimostrato che la campagna mediatica posta in essere nei confronti del Musco si fosse rivelata del tutto infondata, ha chiesto lo stesso il trasferimento cautelare del Musco? E come mai ha motivato la sua richiesta affermando falsamente (gli ispettori l'avevano escluso) “l’attuale cointeressenza economica” tra il dott. Musco e l’avv. Amara?

Non tocca a noi rispondere, ma lo affermiamo in questa sede e pubblicamente, per interrogare chi di competenza e nelle sedi opportune. La sig.ra Paola Severino non era nelle condizioni di potere formulare nessuna richiesta di trasferimento nei confronti del dott. Musco, non solo per la impropria, forzata, infondata richiesta, ma soprattutto perché la stessa è intima amica e sodale della sig.ra Emma Marcegaglia. Infatti, c’è da dire che, oltre al rapporto di amicizia esiste anche una collaborazione tra le due presso l’Università Luiss di Roma di proprietà di Confindustria, essendo la Severino, “Protettore Vicario dell’Ateneo” e la Marcegalia, “Presidente della Luiss” stessa.

E’ del tutto evidente che la sig.ra Paola Severino avrebbe dovuto astenersi dal trattare una vicenda che riguardava il magistrato che indagava nei confronti della società della sua amica e sodale Emma Marcegaglia, per il quale progetto la stessa aveva investito parecchio.

Purtroppo la sig.ra Severino sebbene sia molto brava, come anche la sua amica Emma, a curare la sua immagine pubblica (era stata proposta addirittura, cose da pazzi, come Presidente della Repubblica) non è stata altrettanto brava a valutare la sussistenza in capo a se stessa (nei confronti degli altri però si) gli obblighi e l’opportunità dell’astensione.

In sintesi: il dott. Musco apre un’indagine contro la società Oikothen e, non appena arriva alla famiglia Marcegaglia, “guarda caso” la sig.ra Severino, intima amica della sig.ra Emma, prima dispone un’ispezione a Siracusa e poi chiede il trasferimento del magistrato, nonostante l’esito dell’ispezione consideri inesistenti i cd favoritismi ambientali nel rapporto Musco/Amara.

Ma nulla dice il ministro che nel corso delle indagini si scopre che facevano parte della società Oikothen la famiglia Marcegaglia e la moglie del Giudice Panebianco, che dopo la richiesta di rinvio a giudizio, si trova, guarda caso, come Giudice dell’udienza preliminare. Bravo il dott. Vincenzo Panebianco. Il dott. Musco, avendo scoperto il tutto, ricusa Panebianco, il quale è costretto ad astenersi. A questo punto si infiamma il terremoto mediatico contro il dott. Musco.

Il giudice Panebianco, marito incompatibile della socia Oikothen, insieme ad altri magistrati tra cui il dott. Antonio Nicastro ed il dott. Andrea Palmieri (di cui si parleremo in altra puntata) facevano parte della locale sezione dell’ANM, che puntarono il dito contro il dott. Musco e sollecitarono l’ispezione del Ministro della Giustizia, Paola Severino, amica interessata della sig.ra Emma Marcegaglia.

Ma nessuno di questi si è mai posto il problema del necessario obbligo di astensione per le evidenti incompatibilità in cui si trovavano, il Panebianco nel porsi a giudice di sua moglie e il Ministro, amica della Marcegaglia, a disporre l’ispezione nei confronti della Procura di Siracusa e del dott. Musco fino a chiederne il trasferimento da Siracusa per non essersi astenuto dalla trattazione di procedimenti in cui Amara era difensore. In effetti lo si voleva eliminare, troppo scomodo per gli affari della famiglia.

La sig.ra Severino non ha mai avuto la tensione morale né il pudore di astenersi dal decidere le sorti di un magistrato che indagava contro la sua amica/sodale. Anche quando gli ispettori nominati dal Ministro al momento della consegna della loro relazione non avevano proposto la misura del trasferimento del dott. Musco. Lo stesso, però,veniva trasferito ugualmente, evidentemente, per eliminare l’ostacolo agli affari “sporchi” della Oikothen.

Se questa è la Giustizia...Ma non finisce qui. Alla prossima puntata.

Link utili:





IL COMUNE DICE SI ALLA PIATTAFORMA POLIFUNZIONALE OIKOTHEN nonostante la opposizione ferma e decisa dei cittadini di Augusta.


Una sciagura annunciata, un delitto perpetrato dalle lobby economiche, politiche e sindacali ai danni dei cittadini di Augusta!
I Cittadini di Augusta esprimono tutta la loro delusione per l’incoerenza ed il pressappochismo con cui è stata rilasciata dal Comune di Augusta l’autorizzazione alla “Piattaforma Oikothen per rifiuti pericolosi e non” nonostante la già accertata insostenibile situazione igienico-sanitaria del territorio.


Mettiamo a conoscenza dei cittadini i fatti su cui riflettere:


- il 15.11.05 la Provincia aveva espresso parere negativo all’impianto Oikothen (che prevede trattamenti di inertizzazione e bonifica per 140.000 t/a di rifiuti e due discariche per 500.000 m3 di rifiuti, di cui 200.000 pericolosi) per il rischio alla salute e per l’inquinamento irreversibile della falda acquifera derivante dalle discariche che sono previste proprio nella zona di ricarica idrica dove già esistono ben 13 pozzi profondi che alimentano l’acquedotto comunale di Augusta;


- il 3.06.06 il Comune di Augusta ed il 5.06.06 l’Assessorato Regionale al Territorio (ARTA) esprimevano parere negativo agli scarichi dell’inceneritore Oikothen;


- il 24/10/06, a fronte di tali dinieghi, l'Oikothen, nella riunione presso gli Uffici 3 dell’ARTA, comunicava l’intendimento di voler realizzare la piattaforma priva del previsto inceneritore, cioè “ridimensionata”e ne chiedeva le autorizzazioni.


La piattaforma così “ridimensionata”, a giudizio di tecnici e giuristi, rappresenta un nuovo e diverso impianto per il quale necessita un nuovo progetto con una nuova VIA e con l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).


Nella stessa riunione del 24/10/06 il prof. Parmaliana, consulente del Comune di Augusta, invece di sostenere che non si può dare parere a un progetto prima che questo venga regolarmente presentato, si riservava di esprimerlo entro i 10 giorni successivi.


- Il 17.11.06, nella riunione indetta dai DS di Augusta ed allargata a PRC, PC e PSI sull’escamotage del “ridimensionamento Oikothen”, si propose di non accettare in Consiglio Comunale la piattaforma Oikothen “ridimensionata” ed il nostro Comitato, con lettera aperta del 20.11.2006, evidenziava la inammissibile ed assurda richiesta di parere su un impianto nuovo privo di progetto, invitando il Comune a non darne alcuno.


- Il 30.11.06 l’ing. Franco Formica, Dirigente del V settore del Comune di Augusta, esprimeva parere favorevole, ai soli fini degli scarichi atmosferici, alla Piattaforma Oikothen “ridimensionata” pur sapendo che questa prevedeva sempre le 2 pericolosissime discariche e gli impianti di inertizzazione e bonifica.


Venivano così azzerati i pareri “non favorevoli” in precedenza espressi dal nostro Comune sull’Oikothen. Venivano ignorate le promesse del Sindaco Carrubba, che “non avrebbe mai autorizzato alcun nuovo insediamento industriale nel nostro territorio”. Ma Sindaco, Amministratori, Politici e Sindacati erano veramente all’oscuro di tutto? Sconoscevano forse la riserva di Parmaliana ed il parere del Formica? Sconoscevano lo stato in cui versa il nostro Territorio dal punto di vista sanitario ed ambientale?


Sindaco, Amministratori, Politici e Sindacati, è così che ci rappresentate in problemi tanto scottanti? Ora che non potete più dire “non lo sapevamo” cosa intendete fare?


E’ risaputo che una seria ed impegnata Amministrazione Comunale può rimediare ai gravi errori del Parmaliana e del Formica ritirando, in autototutela, il parere favorevole espresso da quest’ultimo sulla piattaforma Oikothen. 


Augusta 11.04.2007

Dal “Comitato Cittadino di Augusta Contro gli Inceneritori e per il Diritto alla Vita” aderente a “Decontaminazione Sicilia” Coordinamento Regionale dei Comitati Civici.


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