Il Professore : ... ... Giova ricordare , peraltro , IL Che Personaggio Il proprietario del bene confiscato , in partiture OCCASIONE delle elezioni sosteneva Amministrativo Il Candidato della lista "Rinascita Isolana " Rosario Rappa .
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martedì 11 gennaio 2011

MAXIRETATA ANTIMAFIA A PALERMO E PROVINCIA. ARRESTI ANCHE A CARINI, MONTELEPRE, TORRETTA, ISOLA DELLE FEMMINE, CINISI E TERRASINI

MAXIRETATA ANTIMAFIA A PALERMO E PROVINCIA. ARRESTI ANCHE A CARINI, MONTELEPRE, TORRETTA, ISOLA DELLE FEMMINE, CINISI E TERRASINI



MAXIRETATA ANTIMAFIA A PALERMO E PROVINCIA. ARRESTI ANCHE A CARINI, MONTELEPRE, TORRETTA, ISOLA DELLE FEMMINE, CINISI E TERRASINI

13 dicembre 2010 - 14:48

Anche gli ultimi affiliati alla cosca dei Lo Piccolo sono finiti in cella, grazie anche al contributo determinante di 13 commercianti e imprenditori che hanno denunciato, stanchi di pagare il pizzo e la tassa mafiosa sui lavori pubblici e privati. Una maxi-operazione eseguita dalla squadra mobile di Palermo, coordinata dall’aggiunto Antonio Ingroia e dai pm Francesco Del Bene, Marcello Viola, Anna Maria Picozzi, Lia Sava, Gaetano Paci, ha portato a 63 ordinanze di custodia cautelare. Per tutti le accuse vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso, all’estorsione, all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla modalità mafiosa. Le famiglie mafiose colpite sono quelle di San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Terrasini, Carini e Cinisi che ricadono nel mandamento mafioso controllato dai Lo Piccolo fino al momento del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Le indagini hanno consentito di accertare una sistematica aggressione nei confronti delle più svariate attività economiche (hotel, imprese edili, attivita’ commerciali, lavori di urbanizzazione, cantieri nautici, discoteche) da parte degli uomini di Cosa nostra su un territorio che spaziava dal capoluogo sino ai paesi della costa occidentale della provincia di Palermo. L’operazione, denominata Addio pizzo 5, costituisce l’epilogo delle indagini connesse alla decriptazione dell’archivio scoperto nel covo dei boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo in occasione del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Una certosina attività di riscontro dei nomi in codice indicati nei pizzini, custoditi gelosamente dai Lo Piccolo, ha consentito di decifrare i nomi e i cognomi degli affiliati alla cosca. Sono stati così identificati i soggetti indicati, ad esempio come ”Y” o ”Camion”, ritenuti responsabili di estorsioni, traffico di stupefacenti ed altre ipotesi di reato. In alcuni casi il personale specializzato della polizia scientifica è riuscito a ricostruire alcune trame mafiose della famiglia, estrapolando i dati contenuti nel nastro di una macchina da scrivere utilizzata dai Lo Piccolo, reso apparentemente inservibile e gettato tra i rifiuti. Gli investigatori hanno così accertato una serie di estorsioni messe a segno nel mandamento mafioso controllato dai boss. In alcuni casi è stato pagato il pizzo da imprenditori impegnati in lavori di ristrutturazione dell’aeroporto di Palermo, nella realizzazione della caserma Bighelli dell’esercito e di un asilo materno a Cinisi (Palermo). Le mire dei boss erano anche puntate su nuovi tipi di business, come il caso di “O sole mio”, centro benessere in via Libertà di Filippo Catania. La spa nel salotto di Palermo era finita anche nelle indagini dei carabinieri che, il 15 dicembre 2005, hanno intercettato il reggente della famiglia di Resuttana, Maurizio Spataro, poi divenuto collaboratore di giustizia. Spataro aveva chiamato il fratello dell’allora governatore, Totò Cuffaro, per invitarlo all’inaugurazione insieme al presidente della Regione. Sempre Filippo Catania, poi, è titolare di una parruccheria, il “Loca club” di viale del Fante, dove si sarebbero tenuti alcuni summit di mafia. Gli investigatori hanno trovato ulteriori riscontri anche in relazione al quadro probatorio connesso all’uccisione del boss di Resuttana Giovanni Bonanno ed al successivo occultamento del suo cadavere, sotterrato in un terreno destinato a lottizzazione nel territorio di Carini. E’ stata fatta luce anche sul disegno dei Lo Piccolo di monopolizzare il mercato palermitano del traffico delle sostanze stupefacenti, invadendolo con la cocaina proveniente dal Sud-America tramite i porti olandesi, come hanno confermato recenti indagini della polizia a Milano. Grazie alla collaborazione di 14 commercianti, l’inchiesta “Addiopizzo5″ ha portato alla luce 19 casi di estorsione. Secondo le indagini il nuovo capo della famiglia di Capaci e Isola delle femmine sarebbe Pietro Bruno, 64 anni, mentre a Terrasini comanderebbe Salvatore D’Anna di 50 anni. Nel comprensorio le manette sono scattate anche per Salvatore Cataldo, 61 anni di Carini, Angelo Conigliaro, 75 anni di Carini in atto agli arresti domiciliari, Giuseppe Di Bella 52 anni di Montelepre, Gaspare Di Maggio, 49 anni di Cinisi, in atto detenuto, Giuseppe Di Maggio, 38 anni di Carini, Lorenzo Di Maggio 59 anni di Torretta attualmente in carcere, Alberto Evola 48 anni di Cinisi, Vito Mario Palazzolo 34 anni di Carini in atto detenuto, Vincenzo Pipitone 54 anni di Carini, già in carcere; Francesco Puglisi 44 anni di Torretta e Salvatore Vitale 35 anni di Cinisi. Con il blitz di oggi gli uomini della Squadra Mobile hanno inflitto un duro colpo all’establishment di Cosa nostra che, grazie alle precedenti operazioni condotte nel corso delle prime fasi dell’inchiesta Addiopizzo, ha complessivamente portato all’arresto di 184 persone, all’individuazione dei responsabili di 87 estorsioni, alla escussione testimoniale di 232 persone sentite come parti offese o informate sui fatti, alla collaborazione di 61 operatori economici alle indagini di polizia, al sequestro di 15 societa’ con fatturati di svariati milioni di euro.
 Fonte:
Maxi operazione a Palermo, 63 ordini custodia
13 dicembre 2010
Palermo. Una maxi operazione antimafia in corso a Palermo sta smantellando il mandamento guidato dai boss Salvatore Lo Piccolo e dal figlio Sandro.


Gli investigatori della Squadra mobile stanno eseguendo 63 ordini di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti delle famiglie di San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Terrasini, Carini e Cinisi che ricadono nel mandamento mafioso controllato dai Lo Piccolo fino al momento del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Per tutti le accuse vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso, all'estorsione, all'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla modalità mafiosa. L'operazione si inquadra nell'ambito delle indagini condotte dalla sezione Criminalità organizzata sul mandamento mafioso di Tommaso Natale e rappresenta l'ultima tranche delle inchieste denominate 'Addiopizzò. La complessa attività di intelligence della Polizia si è avvalsa, infatti, anche della attività di supporto e sensibilizzazione svolta dall'associazione Addio Pizzo, che ha convinto numerosi commercianti e imprenditori vittime del racket delle estorsioni a collaborare con gli investigatori. Le indagini hanno consentito di accertare una sistematica aggressione nei confronti delle più svariate attività economiche (hotel, imprese edili, attività commerciali, lavori di urbanizzazione, cantieri nautici, discoteche) da parte degli uomini di Cosa nostra su un territorio che spaziava dal capoluogo sino ai paesi della costa occidentale della provincia di Palermo
Ansa

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/32047/48/

 

Mafia: maxi blitz a Palermo, 63 ordini custodia cautelare

Ultima tranche 'Addiopizzo', smantellato clan boss Lo Piccolo

13 dicembre, 13:53
PALERMO - Una maxi operazione antimafia in corso a Palermo sta smantellando il mandamento guidato dai boss Salvatore Lo Piccolo e dal figlio Sandro. Gli investigatori della Squadra mobile stanno eseguendo 63 ordini di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti delle famiglie di San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Terrasini, Carini e Cinisi che ricadono nel mandamento mafioso controllato dai Lo Piccolo fino al momento del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Per tutti le accuse vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso, all'estorsione, all'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla modalita' mafiosa.
L'operazione condotta dalla Squadra Mobile di Palermo, denominata Addio pizzo 5, sfociata stamani nell'esecuzione di 63 ordini di custodia cautelare, costituisce l'epilogo delle indagini connesse alla decriptazione dell' archivio scoperto nel covo dei boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo in occasione del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Una certosina attivita' di riscontro dei nomi in codice indicati nei pizzini, custoditi gelosamente dai Lo Piccolo, ha consentito di decifrare i nomi e i cognomi degli affiliati alla cosca.
Sono stati cosi' identificati i soggetti indicati, ad esempio come ''Y'' o ''Camion'', ritenuti responsabili di estorsioni, traffico di stupefacenti ed altre ipotesi di reato. In alcuni casi il personale specializzato della Polizia Scientifica e' riuscito a ricostruire alcune trame mafiose della famiglia, estrapolando i dati contenuti nel nastro di una macchina da scrivere utilizzata dai Lo Piccolo, reso apparentemente inservibile e gettato tra i rifiuti. Gli investigatori hanno cosi' accertato una serie di estorsioni messe a segno nel mandamento mafioso controllato dai boss. In alcuni casi e' stato pagato il pizzo da imprenditori impegnati in lavori di ristrutturazione dell'aeroporto di Palermo, nella realizzazione di una caserma militare e di un asilo materno. Gli investigatori hanno trovato ulteriori riscontri anche in relazione al quadro probatorio connesso all'uccisione del boss di Resuttana Giovanni Bonanno ed al successivo occultamento del suo cadavere, sotterrato in un terreno destinato a lottizzazione nel territorio di Carini.
E' stata fatta luce anche sul disegno dei Lo Piccolo di monopolizzare il mercato palermitano del traffico delle sostanze stupefacenti, invadendolo con la cocaina proveniente dal Sud-America tramite i porti olandesi, come hanno confermato recenti indagini della Polizia a Milano. Con il blitz odierno gli uomini della Squadra Mobile hanno inflitto un duro colpo all'establishment di Cosa nostra che, grazie alle precedenti operazioni condotte nel corso delle prime fasi dell'inchiesta Addiopizzo, ha complessivamente portato all'arresto di 184 persone, all'individuazione dei responsabili di 87 estorsioni, alla escussione testimoniale di 232 persone sentite come parti offese o informate sui fatti, alla collaborazione di 61 operatori economici alle indagini di polizia, al sequestro di 15 societa' con fatturati di svariati milioni di euro.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/12/13/visualizza_new.html_1670690414.html
  

I commercianti denunciano, 63 arresti

Il riciclaggio nei centri estetici più noti

Il pizzo pure su alcuni lavori all'aeroporto Falcone Borsellino. In manette gli uomini del mandamento di Tommaso Natale, ma anche sette insospettabili imprenditori che facevano da prestanome. Finisce in carcere Filippo Catania, titolare del notissimo centro benessere "O sole mio" di via Libertà, che sarebbe stato realizzato con i soldi del clan di Resuttana. Per l'inaugurazione, il boss Maurizio Spataro telefonò al fratello dell'allora presidente Cuffaro: "Ti faccio avere un invito anche per Totò"
di SALVO PALAZZOLO
Hanno pagato per anni al clan di Salvatore Lo Piccolo per ogni appalto che realizzavano, adesso hanno deciso di denunciare gli esattori del pizzo. Le dichiarazioni di tredici imprenditori sono state determinanti per l'ultima indagine della squadra mobile e della Procura di Palermo nei confronti di 63 persone accusate di aver gestito il mandamento di Tommaso Natale dopo l'arresto di Lo Piccolo, nel novembre 2007. Ventisei indagati erano già in carcere, per altre estorsioni. Trentasette sono finiti in manette questa notte. Uno è stato preso solo in serata.


Filippo Catania subito dopo l'arresto
Leggi l'elenco degli arrestati

I provvedimenti riguardano presunti mafiosi, ma anche insospettabili imprenditori che avrebbero fatto da prestanome. I boss avevano deciso di investire in nuove attività: uno dei più noti centri benessere del centro città, "O sole mio", sarebbe stato realizzato con i soldi del capomafia Giovanni Bonanno, della famiglia di Resuttana. Il titolare, Filippo Catania, è stato arrestato con l'accusa di associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori.

Il pizzo fu invece pagato per alcuni lavori all'aeroporto Falcone Borsellino. Questo è quanto emerge dalle indagini coordinate dai sostituti procuratori Francesco Del Bene, Lia Sava, Gaetano Paci, Annamaria Picozzi e Marcello Viola nonché dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Il pizzo sarebbe stato pagato anche dalla ditta che ha ristrutturato la caserma Bighelli dell'Esercito. Il mandamento di Tommaso Natale estendeva il suo potere dal centro città fino ad alcuni centri della provincia. Così, pagarono pure gli imprenditori che si erano aggiudicati l'appalto per la realizzazione di una scuola materna a Cinisi: quella volta, i boss non pretesero soldi, ma imposero alcune ditte di fiducia nei subappalti. Il taglieggiamento dei capimafia era esteso ai cantieri per la costruzione di palazzine private e ai distributori di benzina.

Tutto questo hanno confermato i tredici imprenditori che nei mesi scorsi sono stati convocati alla squadra mobile per spiegare quanto emergeva dalla contabilità trovata nei pizzini di Lo Piccolo. Il pizzo variava dal tre per cento sull'importo degli appalti ai 50 mila euro dei cantieri edili privati. I gestori dei distributori pagavano invece 20 mila euro all'anno. Il significato di cifre e codici segnati nei pizzini è stato spiegato anche da alcuni collaboratori di giustizia che un tempo era uomini fidati dei Lo Piccolo. Così è emerso il nome del capo della famiglia di Capaci e Isola delle femmine, Pietro Bruno, e del suo collega di Torretta, Salvatore D'Anna. Gli altri arresti riguardano esponenti delle famiglie di Carini, Montelepre, Tommaso Natale, Sferracavallo, Cardillo, Resuttana e Passo di Rigano. L'inchiesta fa luce anche su un traffico di droga gestito nel quartiere Zen.

Negli ultimi due anni sono stati ascoltati alla squadra mobile di Palermo 232 fra imprenditori e commercianti. Solo 61 hanno deciso di denunciare. "Non siamo ancora di fronte a una ribellione collettiva contro il racket, il pizzo purtroppo si paga ancora a Palermo, ma assistiamo a una significativa presa di coscienza da parte degli operatori economici", dice il vice questore Nino De Santis, che dirige la sezione Criminalità organizzata della Mobile. "E' un processo culturale importante e in evoluzione, che è stato favorito dal lavoro delle associazioni antiracket e adesso deve essere sostenuto sempre di più dalle associazioni di categorie".

I prestanome. L'ultima indagine ha svelato che i soldi delle estorsioni venivano reinvestiti in attività lecite attraverso una rete di insospettabili. In manette sono finiti gli imprenditori edili Michele Acquisto, Mario Biondo, Giuseppe e Isidoro Lo Cascio, Mario e Antonino Lucia.

Nel centro benessere di Filippo Catania si erano imbattute anche le indagini dei carabinieri. Da alcune intercettazioni era emerso che il 15 dicembre 2005 il boss Maurizio Spataro, oggi collaboratore di giustizia, aveva telefonato addirittura al cellulare di Giuseppe Cuffaro, fratello dell'allora presidente della Regione Siciliana, per invitarlo all'inaugurazione del nuovo solarium "O sole mio". Gli disse che avrebbe portato un invito "anche per Totò". Totò Cuffaro. E un'ora dopo, Spataro chiamò Catania: "Sto vedendo di fare venire una persona molto speciale", disse.

In un'altra attività di Filippo Catania, la parruccheria "Loca club" di viale del Fante, il boss Giovanni Bonanno (assassinato nel gennaio 2006) avrebbe invece organizzato dei summit di mafia.
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(13 dicembre 2010
Operazione “Addio pizzo 5”
L’elenco degli arrestati

Uno dei destinatari del mandato di cattura è ancora ricercato


Questo l'elenco dei 63 destinatari dell'ordine di custodia cautelare eseguito oggi dalla squadra mobile di Palermo nell'ambito dell'operazione "Addio pizzo 5", molti dei quali sono già detenuti.

Michele Acquisto, di 58 anni; Andrea e Domenico Barone, rispettivamente di 43 e 29 anni; Salvatore Baucina, di 46, in atto detenuto; Mario Biondo, di 44; Giovanni Botta, di 47, in atto agli arresti domiciliari; Pietro Bruno, di 64; Salvatore Cataldo, di 61; Filippo Catania, di 41; Domenico Caviglia, di 34, detenuto; Domenico Ciaramitaro, di 36, detenuto; Gaetano Ciaramitaro, di 42; Pietro Cinà, di 46, detenuto; Angelo Conigliaro, di 75, detenuto agli arresti domiciliari; Giovanni Corrao, di 45; Vincenzo Cosenza, di 39; Giovanni e Nicolò Cusimano, di 69 e 30 anni, entrambi detenuti; Salvatore D'Anna, di 50; Fabio Daricca, di 33; Antonino De Luca, di 40, detenuto; Giuseppe Di Bella, di 52; Gaspare Di Maggio, di 49, detenuto; Giuseppe Di Maggio, di 37; Lorenzo Di Maggio, di 59, detenuto; Francesco Paolo Di Piazza, di 48, detenuto; Giuseppe Enea, di 37; Alberto Evola, di 48; Lorenzo Fazzone, di 33; Mario Ferrazzano, di 25, detenuto agli arresti domiciliari; Edoardo La Matina, di 33; Salvatore Liga, di 46; Salvatore Liga, di 25, detenuto; Giuseppe e Isidoro Lo Cascio, di 40 e 64 anni; Filippo Lo Piccolo, di 36; e ancora i boss Salvatore Lo Piccolo, di 68, e il figlio Sandro, di 35, entrambi già detenuti; Giuseppe Lo Verde, di 53, detenuto; Antonino e Mario Lucia, di 58 e 33; Tommaso Macchiarello, di 56, detenuto; Filippo Mangione, di 28, detenuto; Salvatore Mangione, di 54, detenuto; Stefano Marino, di 38, detenuto; Sergio Messeri, di 44; Giuseppe Messina, di 32; Gioacchino Morisca, di 66, detenuto; Giuseppe Nicoletti, di 45; Giovanni Niosi, di 56; Vito Mario Palazzolo, di 34, detenuto; Calogero Pillitteri, di 40, detenuto; Vincenzo Pipitone, di 54, detenuto; Carlo Puccio, di 29; Francesco Puglisi, di 44; Salvatore Randazzo, di 43; di 33, detenuto; Guido Spina, di 45, detenuto agli arresti domiciliari; Felisiano Tognetti, di 39; Massimo Giuseppe Troia, di 35, detenuto; Salvatore Vitale, di 35; Filippo Zito, di 41.

(13 dicembre 2010)

bruno, CINISI, COPACABANA, DIONISI, elezioni amministrative 2009, ISOLA DELLE FEMMINE, LO PICCOLO, MAFIA, Parenti e affini, Puglisi, Punta Raisi, razzanelli, sequestro beni mafiosi, VOTO DI SCAMBIO

22 milioni di euro sequestrati al clan Madonia – Di Trapani

22 milioni di euro sequestrati al clan Madonia – Di Trapani

Operazione dei Ros a Palermo

22 milioni di euro sequestrati al clan Madonia – Di Trapani



15 novembre 2010 -  I carabinieri del Ros hanno messo al segno un altro duro colpo alla mafia: beni per 22 milioni di euro, infatti, sono stati sequestrati al clan Madonia-Di Trapani del mandamento di Resuttana, a Palermo.
Sono stati sottratti immobili, imprese ed anche un cavallo da corsa.
Dando esecuzione ai provvedimenti disposti dal Tribunale del capoluogo siciliano, su richiesta del Dipartimento di Criminalità economica della procura, il sequestro è scattato a conclusione di un percorso investigativo che, dopo aver portato all’arresto degli esponenti di spicco dell’organizzazione criminale, compresi i figli del defunto capo mandamento Francesco Madonia, ha consentito ai militari del Raggruppamento operativo speciale, coordinati dai magistrati palermitani, di individuare e sottoporre al provvedimento aziende edili, attività commerciali, quote societarie, abitazioni, terreni, numerose auto e anche un cavallo da corsa di nome “Irak”.

Operazione Rebus/Nel dettaglio i beni sequestrati ai Madonia

Case, terreni, aziende, fabbriche, negozi e un cavallo


15 novembre 2010 -  La cosca dei Madonia-Di Trapani è stata protagonista dell’ascesa dei corleonesi ai vertici di Cosa nostra, tanto che i suoi principali esponenti sono stati giudicati colpevoli degli omicidi di Pio La Torre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, (nella foto in alto) dell’imprenditore Libero Grassi e di Antonio Cassarà, nonché del piccolo Giuseppe Di Matteo.
I provvedimenti di sequestro, nell’ambito dell’operazione “Rebus”, hanno interessato un vasto patrimonio nel capoluogo siciliano e nei comuni di Cinisi, Carini e Isola delle Femmine colpendo beni riconducibili ai fratelli Madonia e di  quelli dell’imprenditore Vincenzo Sgadari e di Massimiliano Lo Verde, già raggiunti dagli ordini d’arresto emessi il dicembre 2008 e il 3 aprile 2009, per associazione  intestazione fittizia di beni e altri reati.
Le avevano documentato il perdurante ruolo di vertice famiglia Madonia nelle strategie di Cosa nostra e  della gestione del mandamento di Resuttana, in cui si avvicendati Giovanni Bonanno, Diego Di Trapani e  Genova, designati da Antonino Madonia, in accordo con  Lo Piccolo.
Era stato accertato come prima Francesco morto il 9 marzo 2007, e i figli Antonino, Giuseppe Salvatore, nonché il cognato di quest’ultimo Nicolò Trapani, benché detenuti e sottoposti al regime del 41  avessero continuato a dirigere il clan tramite i periodici colloqui con i congiunti e un fitto scambio di corrispondenza.
Le indagini avevano inoltre evidenziato dell’imprenditore Sgadari nelle dinamiche della strategia  mafiosa, sia per aver svolto il ruolo di intermediario soluzione di una controversia tra Bonanno e Francesco Di  per la gestione della cassa comune della famiglia di Resuttana, sia per essere stato un tramite attraverso il quale i latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo, a cui comunicavano proprie direttive all’intera organizzazione criminale.
L’indagine patrimoniale, oltre verificare l’entità del patrimonio riconducibile alla famiglia mafiosa, ha consentito di delineare economico-imprenditoriale, alimentato con conferimenti  “sospetta provenienza” nel settore edile, con la realizzazione di fabbricati a uso privato o la costituzione di imprese costruzione per la cessione di immobili, e in  commerciale, mediante la realizzazione di alcuni negozi di vendita al dettaglio.
Accertata anche l’adozione da parte indagati di ricorrenti accorgimenti finalizzati a tutelare patrimoni dell’organizzazione, quali la fittizia intestazione di immobili a incensurati.
I carabinieri del Ros hanno individuato i prestanome del patrimonio occulto delle Madonia-Di Trapani, e la disponibilità Sgadari di complessi residenziali, fabbricati rurali, magazzini e locali commerciali.
In definitiva è stata documentata dettagliatamente le modalità di accumulazione di
ingenti patrimoni illeciti da parte della cosca di Resuttana, confermandone la pervasività nell’economia legale.
L’individuazione dei patrimoni illeciti resta, pertanto, uno degli obiettivi principali della procura distrettuale di Palermo.
Tra i beni sottoposti a sequestro nei confronti di Michele Di Trapani il capitale sociale della “In.tra.l. industria trasformazione legno”, di Giuseppina Di Trapani ”Giuseppina e c. s.n.c.”, con sede a Cinisi; immobili a Palermo in via Casalini, e a Cinisi in via Orlando; un terreno a Cinisi, in contrada Margi-Bonanno; a Vincenzo Sgadari sottratti il capitale sociale della Edilmigliaccio s.r.l. con sede a Palermo; le quote societarie della Pietro Sgadari s.a.s. con sede a Palermo; villino a Carini; villino a Palermo, in via Quasimodo e un cavallo da corsa di nome Irak.


,,,,,,,,l,,,,Madonia,Passaggio dello scoiattolo,D'Arpa,Di Trapani,41 Bis,Bruno
I particolari dell'operazione Rebus

Gli affari del clan gestiti dal 41 bis

15 novembre 2010 -  Le indagini che hanno condotto oggi al sequestro di immobili e aziende per 22 milioni di euro, nell’ambito dell’operazione “Rebus” dei Carabinieri del Ros, hanno documentano il perdurante ruolo di vertice della famiglia mafiosa palermitana dei Madonia nelle strategie di Cosa nostra e l’evoluzione della gestione del mandamento di Resuttana, in cui si erano avvicendati Giovanni Bonanno, Diego Di Trapani e Salvatore Genova, designati da Antonino Madonia, in accordo con Salvatore Lo Piccolo.
Ma, soprattutto, è stato accertato come prima il capo mandamento di Resuttana Francesco Madonia, morto il 9 marzo 2007, e successivamente i figli Antonino, Giuseppe e Salvatore, nonchè il cognato di quest’ultimo Nicolò Di Trapani, benchè detenuti e sottoposti al regime del 41 bis, avessero continuato a dirigere il clan tramite i periodici colloqui con i congiunti e un fitto scambio di corrispondenza.
I beni appartenenti ai boss mafiosi e che sono stati dichiarati falliti possono tornare, grazie ai prestanome, ai legittimi proprietari. È quanto emerge dall’ordinanza di sequestro emessa dal Tribunale Misure di prevenzione di Palermo, che oggi ha portato al sequestro di beni per un valore di oltre 22 milioni di euro riconducibili al clan mafioso Di Trapani-Madonia di Palermo.
In particolare, secondo i magistrati, Massimiliano Lo Verde, ‘picciotto‘ di Cosa nostra, arrestato il 28 novembre del 2008 per concorso esterno in associazione mafiosa, prendendo ordini dal boss mafioso Salvatore Madonia, detenuto al ‘41 bis‘, il carcere duro, si sarebbe intestato alcuni beni del boss, come Bar Sofia e altri immobili, “intestandosene fittiziamente la relativa titolarità, anche attraverso il riacquisto di quelli provenienti da procedure fallimentari instaurate nei confronti dell’esponente mafioso Di Nicolò Trapani”, scrivono i magistrati nell’ordinanza di sequestro.
Per i giudici del Tribunale Misure di prevenzione è “sicuramente condivisibile il giudizio dell’autorità giudiziaria sull’incompatibilita” tra i redditi dichiarati da Lo Verde e dal suo nucleo familiare e l’entità dei mezzi finanziari impiegati per acquistare il Bar Sofia”. L’investimento, effettuato nel settembre 2007, ha richiesto l’impiego di 90.000 euro, “spesi senza ricorrere a contrazione di prestiti o utilizzando i proventi di disinvestimenti immobiliari”.
Quindi per i magistrati è “lecito presumere il ricorso a fondi di natura illecita, tenuto conto dei risultati degli accertamenti sulla capacità economica del nucleo familiare di Lo Verde nel periodo di riferimento (2006-2008)”.
Come scoperto dai Carabinieri del Ros, massimiliano Lo Verde “ha dichiarato un reddito da partecipazione di 6.629 euro sofferto da societa’ e/o impresa nella quale deteneva quote, non contabilizzato poichè non è altrimenti evincibile il suo ripianamento”. Per il biennio 2006-2007 il nucleo familiare di Lo Verde “ha basato il sostentamento su redditi dichiarati complessivamente solo da quest’ultimo e dal fratello Francesco”, scrivono i giudici di Palermo.
Per i magistrati delle Misure di Prevenzione, “nel periodo di interesse Lo Verde ha sicuramente condotto dei negozi giuridici di valore sproporzionato all’entità delle sue entrate finanziarie, tenuto conto anche della sua giovane età”. Questa “sperequazione vale a gettare un’ombra di sospetto sulle acquisizioni patrimoniali ed i valori finanziari entrati nel patrimonio del Lo Verde nel periodo di riferimento”. “Analogo discorso non può farsi per i beni intestati al padre ed alla madre” di Lo Verde.


http://www.youtube.com/watch?v=MnJc9hJxfIo&feature=player_embedded






AEROPORTI: WIND SHEAR, ENAC "STOP POLEMICHE, ORDINEREMO INSTALLAZIONE"

17 novembre 2010 ore 19,30
PALERMO (ITALPRESS) –

“Aspettiamo solo le decisioni dell’Enav. Intanto il sito della ex caserma Nato di Isola delle Femmine rimane in concessione all’ente in modo che, quando la sperimentazione dara’ i risultati auspicati, il congegno sara’ certificato dall’Enac e quindi diventera’ obbligatorio.

La sua installazione a quel punto verra’ ordinata, dall’ente che presiedo, in base alla legge vigente e a pena di commissione di reato di attentato alla sicurezza nei trasporti”. Il presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile Vito Riggio non ha esitazioni sul sito in cui dovra’ essere installata l’antenna contro il wind shear.

Da mesi infuriano le polemiche tra l’Enac e l’Enav da una parte e il Comune palermitano di Isola delle Femmine dall’altra, nel cui territorio il radar per lo scalo Falcone Borsellino di Palermo dovrebbe essere installato.

“Ho letto una quantita’ di inesattezze alle quali non ho voluto dare risposta, ma e’ stato passato il segno e adesso voglio dare il mio punto di vista”,

dice all’ITALPRESS Riggio.

“In primo luogo – afferma – la scelta del sito dove collocare l’antenna l’ha fatta l’Enav, societa’ che per legge gestisce la navigazione aerea in Italia e responsabile della sicurezza della navigazione”, per tale motivo “qualunque suggerimento riguardo a possibili spostamenti non ha alcun senso logico ne’ giuridico se non e’ accolto dall’Ente nazionale per l’assistenza di volo, il quale ha dimostrato grandissima buona volonta’ visitando diversi luoghi alternativi proposti e trovandoli tutti inadeguati o impossibili per il tipo di lavoro che si deve fare”.

 “E’ quindi ridicolo continuare a proporre siti alternativi in modo pretestuoso o peggio fare riferimento a una mia personale ostinazione – continua il presidente dell’Enac -. Io non sono ostinato, ho il dovere di difendere le prerogative legislative della societa’ che gestisco.

Se accettassimo che incompetenti in materia possano mettere in discussione le decisioni dell’Enac metteremmo a rischio la sicurezza dei cittadini, valore che e’ attribuito all’ente che ho il privilegio di presiedere”. “Per cortesia istituzionale – sottolinea ancora Riggio – ho mandato il parere dell’Istituto Superiore di Sanita’ sulla installazione dell’antenna radar al sindaco di Isola, al presidente della Provincia, e al presidente della Regione, ma da questi politici non mi aspetto alcun parere perche’ non e’ compito loro interferire con la sicurezza del volo.

Il presidente dell’Enac viene eletto con il parere delle Camere e del Presidente della Repubblica io parlo con le Regione per cortesia istituzionale, ma non parlo coi sindaci, e non sara’ ne’ un sindaco ne’ un deputato a distogliermi dal garantire la sicurezza del volo in Italia”. E conclude: “Non c’e’ nessun pericolo per la salute, come ha ribadito il ministero della Salute, unico organo competente in materia, i cui pareri valgono per tutto il Paese senza riserve municipalistiche, che stanno facendo ripiombare l’Italia nello storico anarchismo che impedisce ogni crescita e ogni avanzamento civile”.
Da Isola delle Femmine rigettano “le accuse rivolte alla popolazione ed alle istituzioni locali di essere responsabili della mancanza di sicurezza dello scalo di Palermo”.

Gaspare Portobello, primo cittadino del comune palermitano in cui dovrebbe essere installata l’antenna contro il wind shear a servizio dell’aeroporto Falcone Borsellino, ribadisce la posizione dell’Amministrazione. “Le nostre azioni sono state mosse prima di tutto nell’interesse della salute dei cittadini, in assenza di dimostrazioni scientifiche che escludano effetti nocivi delle onde elettromagnetiche che investirebbero la popolazione per 24 ore al giorno – continua Portobello -. In base al principio di precauzione, non si sarebbe nemmeno dovuto pensare di installare un’antenna simile in prossimita’ di un centro abitato”.

“Abbiamo proposto all’Enac altri siti che non coinvolgessero il centro abitato – conclude Portobello -, li abbiamo informati di nuove tecnologie che in altre parti del mondo hanno permesso di installare la strumentazione dentro il perimetro aeroportuale, ma l’ente non ha mostrato alcuna disponibilita’ a discutere soluzioni alternative”.

(ITALPRESS).

http://www.italpress.com/sicilia/9788/aeroporti-wind-shear-enac-stop-polemiche-ordineremo-installazione-

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domenica 9 gennaio 2011

22 milioni di euro sequestrati al clan Madonia – Di Trapani

22 milioni di euro sequestrati al clan Madonia – Di Trapani

Operazione dei Ros a Palermo

22 milioni di euro sequestrati al clan Madonia – Di Trapani



15 novembre 2010 -  I carabinieri del Ros hanno messo al segno un altro duro colpo alla mafia: beni per 22 milioni di euro, infatti, sono stati sequestrati al clan Madonia-Di Trapani del mandamento di Resuttana, a Palermo.
Sono stati sottratti immobili, imprese ed anche un cavallo da corsa.
Dando esecuzione ai provvedimenti disposti dal Tribunale del capoluogo siciliano, su richiesta del Dipartimento di Criminalità economica della procura, il sequestro è scattato a conclusione di un percorso investigativo che, dopo aver portato all’arresto degli esponenti di spicco dell’organizzazione criminale, compresi i figli del defunto capo mandamento Francesco Madonia, ha consentito ai militari del Raggruppamento operativo speciale, coordinati dai magistrati palermitani, di individuare e sottoporre al provvedimento aziende edili, attività commerciali, quote societarie, abitazioni, terreni, numerose auto e anche un cavallo da corsa di nome “Irak”.

Operazione Rebus/Nel dettaglio i beni sequestrati ai Madonia

Case, terreni, aziende, fabbriche, negozi e un cavallo


15 novembre 2010 -  La cosca dei Madonia-Di Trapani è stata protagonista dell’ascesa dei corleonesi ai vertici di Cosa nostra, tanto che i suoi principali esponenti sono stati giudicati colpevoli degli omicidi di Pio La Torre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, (nella foto in alto) dell’imprenditore Libero Grassi e di Antonio Cassarà, nonché del piccolo Giuseppe Di Matteo.
I provvedimenti di sequestro, nell’ambito dell’operazione “Rebus”, hanno interessato un vasto patrimonio nel capoluogo siciliano e nei comuni di Cinisi, Carini e Isola delle Femmine colpendo beni riconducibili ai fratelli Madonia e di  quelli dell’imprenditore Vincenzo Sgadari e di Massimiliano Lo Verde, già raggiunti dagli ordini d’arresto emessi il dicembre 2008 e il 3 aprile 2009, per associazione  intestazione fittizia di beni e altri reati.
Le avevano documentato il perdurante ruolo di vertice famiglia Madonia nelle strategie di Cosa nostra e  della gestione del mandamento di Resuttana, in cui si avvicendati Giovanni Bonanno, Diego Di Trapani e  Genova, designati da Antonino Madonia, in accordo con  Lo Piccolo.
Era stato accertato come prima Francesco morto il 9 marzo 2007, e i figli Antonino, Giuseppe Salvatore, nonché il cognato di quest’ultimo Nicolò Trapani, benché detenuti e sottoposti al regime del 41  avessero continuato a dirigere il clan tramite i periodici colloqui con i congiunti e un fitto scambio di corrispondenza.
Le indagini avevano inoltre evidenziato dell’imprenditore Sgadari nelle dinamiche della strategia  mafiosa, sia per aver svolto il ruolo di intermediario soluzione di una controversia tra Bonanno e Francesco Di  per la gestione della cassa comune della famiglia di Resuttana, sia per essere stato un tramite attraverso il quale i latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo, a cui comunicavano proprie direttive all’intera organizzazione criminale.
L’indagine patrimoniale, oltre verificare l’entità del patrimonio riconducibile alla famiglia mafiosa, ha consentito di delineare economico-imprenditoriale, alimentato con conferimenti  “sospetta provenienza” nel settore edile, con la realizzazione di fabbricati a uso privato o la costituzione di imprese costruzione per la cessione di immobili, e in  commerciale, mediante la realizzazione di alcuni negozi di vendita al dettaglio.
Accertata anche l’adozione da parte indagati di ricorrenti accorgimenti finalizzati a tutelare patrimoni dell’organizzazione, quali la fittizia intestazione di immobili a incensurati.
I carabinieri del Ros hanno individuato i prestanome del patrimonio occulto delle Madonia-Di Trapani, e la disponibilità Sgadari di complessi residenziali, fabbricati rurali, magazzini e locali commerciali.
In definitiva è stata documentata dettagliatamente le modalità di accumulazione di
ingenti patrimoni illeciti da parte della cosca di Resuttana, confermandone la pervasività nell’economia legale.
L’individuazione dei patrimoni illeciti resta, pertanto, uno degli obiettivi principali della procura distrettuale di Palermo.
Tra i beni sottoposti a sequestro nei confronti di Michele Di Trapani il capitale sociale della “In.tra.l. industria trasformazione legno”, di Giuseppina Di Trapani ”Giuseppina e c. s.n.c.”, con sede a Cinisi; immobili a Palermo in via Casalini, e a Cinisi in via Orlando; un terreno a Cinisi, in contrada Margi-Bonanno; a Vincenzo Sgadari sottratti il capitale sociale della Edilmigliaccio s.r.l. con sede a Palermo; le quote societarie della Pietro Sgadari s.a.s. con sede a Palermo; villino a Carini; villino a Palermo, in via Quasimodo e un cavallo da corsa di nome Irak.


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I particolari dell'operazione Rebus

Gli affari del clan gestiti dal 41 bis

15 novembre 2010 -  Le indagini che hanno condotto oggi al sequestro di immobili e aziende per 22 milioni di euro, nell’ambito dell’operazione “Rebus” dei Carabinieri del Ros, hanno documentano il perdurante ruolo di vertice della famiglia mafiosa palermitana dei Madonia nelle strategie di Cosa nostra e l’evoluzione della gestione del mandamento di Resuttana, in cui si erano avvicendati Giovanni Bonanno, Diego Di Trapani e Salvatore Genova, designati da Antonino Madonia, in accordo con Salvatore Lo Piccolo.
Ma, soprattutto, è stato accertato come prima il capo mandamento di Resuttana Francesco Madonia, morto il 9 marzo 2007, e successivamente i figli Antonino, Giuseppe e Salvatore, nonchè il cognato di quest’ultimo Nicolò Di Trapani, benchè detenuti e sottoposti al regime del 41 bis, avessero continuato a dirigere il clan tramite i periodici colloqui con i congiunti e un fitto scambio di corrispondenza.
I beni appartenenti ai boss mafiosi e che sono stati dichiarati falliti possono tornare, grazie ai prestanome, ai legittimi proprietari. È quanto emerge dall’ordinanza di sequestro emessa dal Tribunale Misure di prevenzione di Palermo, che oggi ha portato al sequestro di beni per un valore di oltre 22 milioni di euro riconducibili al clan mafioso Di Trapani-Madonia di Palermo.
In particolare, secondo i magistrati, Massimiliano Lo Verde, ‘picciotto‘ di Cosa nostra, arrestato il 28 novembre del 2008 per concorso esterno in associazione mafiosa, prendendo ordini dal boss mafioso Salvatore Madonia, detenuto al ‘41 bis‘, il carcere duro, si sarebbe intestato alcuni beni del boss, come Bar Sofia e altri immobili, “intestandosene fittiziamente la relativa titolarità, anche attraverso il riacquisto di quelli provenienti da procedure fallimentari instaurate nei confronti dell’esponente mafioso Di Nicolò Trapani”, scrivono i magistrati nell’ordinanza di sequestro.
Per i giudici del Tribunale Misure di prevenzione è “sicuramente condivisibile il giudizio dell’autorità giudiziaria sull’incompatibilita” tra i redditi dichiarati da Lo Verde e dal suo nucleo familiare e l’entità dei mezzi finanziari impiegati per acquistare il Bar Sofia”. L’investimento, effettuato nel settembre 2007, ha richiesto l’impiego di 90.000 euro, “spesi senza ricorrere a contrazione di prestiti o utilizzando i proventi di disinvestimenti immobiliari”.
Quindi per i magistrati è “lecito presumere il ricorso a fondi di natura illecita, tenuto conto dei risultati degli accertamenti sulla capacità economica del nucleo familiare di Lo Verde nel periodo di riferimento (2006-2008)”.
Come scoperto dai Carabinieri del Ros, massimiliano Lo Verde “ha dichiarato un reddito da partecipazione di 6.629 euro sofferto da societa’ e/o impresa nella quale deteneva quote, non contabilizzato poichè non è altrimenti evincibile il suo ripianamento”. Per il biennio 2006-2007 il nucleo familiare di Lo Verde “ha basato il sostentamento su redditi dichiarati complessivamente solo da quest’ultimo e dal fratello Francesco”, scrivono i giudici di Palermo.
Per i magistrati delle Misure di Prevenzione, “nel periodo di interesse Lo Verde ha sicuramente condotto dei negozi giuridici di valore sproporzionato all’entità delle sue entrate finanziarie, tenuto conto anche della sua giovane età”. Questa “sperequazione vale a gettare un’ombra di sospetto sulle acquisizioni patrimoniali ed i valori finanziari entrati nel patrimonio del Lo Verde nel periodo di riferimento”. “Analogo discorso non può farsi per i beni intestati al padre ed alla madre” di Lo Verde.


http://www.youtube.com/watch?v=MnJc9hJxfIo&feature=player_embedded






AEROPORTI: WIND SHEAR, ENAC "STOP POLEMICHE, ORDINEREMO INSTALLAZIONE"

17 novembre 2010 ore 19,30
PALERMO (ITALPRESS) –

“Aspettiamo solo le decisioni dell’Enav. Intanto il sito della ex caserma Nato di Isola delle Femmine rimane in concessione all’ente in modo che, quando la sperimentazione dara’ i risultati auspicati, il congegno sara’ certificato dall’Enac e quindi diventera’ obbligatorio.

La sua installazione a quel punto verra’ ordinata, dall’ente che presiedo, in base alla legge vigente e a pena di commissione di reato di attentato alla sicurezza nei trasporti”. Il presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile Vito Riggio non ha esitazioni sul sito in cui dovra’ essere installata l’antenna contro il wind shear.

Da mesi infuriano le polemiche tra l’Enac e l’Enav da una parte e il Comune palermitano di Isola delle Femmine dall’altra, nel cui territorio il radar per lo scalo Falcone Borsellino di Palermo dovrebbe essere installato.

“Ho letto una quantita’ di inesattezze alle quali non ho voluto dare risposta, ma e’ stato passato il segno e adesso voglio dare il mio punto di vista”,

dice all’ITALPRESS Riggio.

“In primo luogo – afferma – la scelta del sito dove collocare l’antenna l’ha fatta l’Enav, societa’ che per legge gestisce la navigazione aerea in Italia e responsabile della sicurezza della navigazione”, per tale motivo “qualunque suggerimento riguardo a possibili spostamenti non ha alcun senso logico ne’ giuridico se non e’ accolto dall’Ente nazionale per l’assistenza di volo, il quale ha dimostrato grandissima buona volonta’ visitando diversi luoghi alternativi proposti e trovandoli tutti inadeguati o impossibili per il tipo di lavoro che si deve fare”.

 “E’ quindi ridicolo continuare a proporre siti alternativi in modo pretestuoso o peggio fare riferimento a una mia personale ostinazione – continua il presidente dell’Enac -. Io non sono ostinato, ho il dovere di difendere le prerogative legislative della societa’ che gestisco.

Se accettassimo che incompetenti in materia possano mettere in discussione le decisioni dell’Enac metteremmo a rischio la sicurezza dei cittadini, valore che e’ attribuito all’ente che ho il privilegio di presiedere”. “Per cortesia istituzionale – sottolinea ancora Riggio – ho mandato il parere dell’Istituto Superiore di Sanita’ sulla installazione dell’antenna radar al sindaco di Isola, al presidente della Provincia, e al presidente della Regione, ma da questi politici non mi aspetto alcun parere perche’ non e’ compito loro interferire con la sicurezza del volo.

Il presidente dell’Enac viene eletto con il parere delle Camere e del Presidente della Repubblica io parlo con le Regione per cortesia istituzionale, ma non parlo coi sindaci, e non sara’ ne’ un sindaco ne’ un deputato a distogliermi dal garantire la sicurezza del volo in Italia”. E conclude: “Non c’e’ nessun pericolo per la salute, come ha ribadito il ministero della Salute, unico organo competente in materia, i cui pareri valgono per tutto il Paese senza riserve municipalistiche, che stanno facendo ripiombare l’Italia nello storico anarchismo che impedisce ogni crescita e ogni avanzamento civile”.
Da Isola delle Femmine rigettano “le accuse rivolte alla popolazione ed alle istituzioni locali di essere responsabili della mancanza di sicurezza dello scalo di Palermo”.

Gaspare Portobello, primo cittadino del comune palermitano in cui dovrebbe essere installata l’antenna contro il wind shear a servizio dell’aeroporto Falcone Borsellino, ribadisce la posizione dell’Amministrazione. “Le nostre azioni sono state mosse prima di tutto nell’interesse della salute dei cittadini, in assenza di dimostrazioni scientifiche che escludano effetti nocivi delle onde elettromagnetiche che investirebbero la popolazione per 24 ore al giorno – continua Portobello -. In base al principio di precauzione, non si sarebbe nemmeno dovuto pensare di installare un’antenna simile in prossimita’ di un centro abitato”.

“Abbiamo proposto all’Enac altri siti che non coinvolgessero il centro abitato – conclude Portobello -, li abbiamo informati di nuove tecnologie che in altre parti del mondo hanno permesso di installare la strumentazione dentro il perimetro aeroportuale, ma l’ente non ha mostrato alcuna disponibilita’ a discutere soluzioni alternative”.

(ITALPRESS).

http://www.italpress.com/sicilia/9788/aeroporti-wind-shear-enac-stop-polemiche-ordineremo-installazione-

41 Bis, bruno, Carini, cassarà, CINISI, corleonesi, d'arpa, dalla chiesa, di matteo, di trapani, grassi, ISOLA DELLE FEMMINE, La Torre, LO PICCOLO, madonia, Passaggio dello scoiattolo, ros, sgadari

MAXIRETATA ANTIMAFIA A PALERMO E PROVINCIA. ARRESTI ANCHE A CARINI, MONTELEPRE, TORRETTA, ISOLA DELLE FEMMINE, CINISI E TERRASINI

MAXIRETATA ANTIMAFIA A PALERMO E PROVINCIA. ARRESTI ANCHE A CARINI, MONTELEPRE, TORRETTA, ISOLA DELLE FEMMINE, CINISI E TERRASINI



MAXIRETATA ANTIMAFIA A PALERMO E PROVINCIA. ARRESTI ANCHE A CARINI, MONTELEPRE, TORRETTA, ISOLA DELLE FEMMINE, CINISI E TERRASINI

13 dicembre 2010 - 14:48

Anche gli ultimi affiliati alla cosca dei Lo Piccolo sono finiti in cella, grazie anche al contributo determinante di 13 commercianti e imprenditori che hanno denunciato, stanchi di pagare il pizzo e la tassa mafiosa sui lavori pubblici e privati. Una maxi-operazione eseguita dalla squadra mobile di Palermo, coordinata dall’aggiunto Antonio Ingroia e dai pm Francesco Del Bene, Marcello Viola, Anna Maria Picozzi, Lia Sava, Gaetano Paci, ha portato a 63 ordinanze di custodia cautelare. Per tutti le accuse vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso, all’estorsione, all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla modalità mafiosa. Le famiglie mafiose colpite sono quelle di San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Terrasini, Carini e Cinisi che ricadono nel mandamento mafioso controllato dai Lo Piccolo fino al momento del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Le indagini hanno consentito di accertare una sistematica aggressione nei confronti delle più svariate attività economiche (hotel, imprese edili, attivita’ commerciali, lavori di urbanizzazione, cantieri nautici, discoteche) da parte degli uomini di Cosa nostra su un territorio che spaziava dal capoluogo sino ai paesi della costa occidentale della provincia di Palermo. L’operazione, denominata Addio pizzo 5, costituisce l’epilogo delle indagini connesse alla decriptazione dell’archivio scoperto nel covo dei boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo in occasione del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Una certosina attività di riscontro dei nomi in codice indicati nei pizzini, custoditi gelosamente dai Lo Piccolo, ha consentito di decifrare i nomi e i cognomi degli affiliati alla cosca. Sono stati così identificati i soggetti indicati, ad esempio come ”Y” o ”Camion”, ritenuti responsabili di estorsioni, traffico di stupefacenti ed altre ipotesi di reato. In alcuni casi il personale specializzato della polizia scientifica è riuscito a ricostruire alcune trame mafiose della famiglia, estrapolando i dati contenuti nel nastro di una macchina da scrivere utilizzata dai Lo Piccolo, reso apparentemente inservibile e gettato tra i rifiuti. Gli investigatori hanno così accertato una serie di estorsioni messe a segno nel mandamento mafioso controllato dai boss. In alcuni casi è stato pagato il pizzo da imprenditori impegnati in lavori di ristrutturazione dell’aeroporto di Palermo, nella realizzazione della caserma Bighelli dell’esercito e di un asilo materno a Cinisi (Palermo). Le mire dei boss erano anche puntate su nuovi tipi di business, come il caso di “O sole mio”, centro benessere in via Libertà di Filippo Catania. La spa nel salotto di Palermo era finita anche nelle indagini dei carabinieri che, il 15 dicembre 2005, hanno intercettato il reggente della famiglia di Resuttana, Maurizio Spataro, poi divenuto collaboratore di giustizia. Spataro aveva chiamato il fratello dell’allora governatore, Totò Cuffaro, per invitarlo all’inaugurazione insieme al presidente della Regione. Sempre Filippo Catania, poi, è titolare di una parruccheria, il “Loca club” di viale del Fante, dove si sarebbero tenuti alcuni summit di mafia. Gli investigatori hanno trovato ulteriori riscontri anche in relazione al quadro probatorio connesso all’uccisione del boss di Resuttana Giovanni Bonanno ed al successivo occultamento del suo cadavere, sotterrato in un terreno destinato a lottizzazione nel territorio di Carini. E’ stata fatta luce anche sul disegno dei Lo Piccolo di monopolizzare il mercato palermitano del traffico delle sostanze stupefacenti, invadendolo con la cocaina proveniente dal Sud-America tramite i porti olandesi, come hanno confermato recenti indagini della polizia a Milano. Grazie alla collaborazione di 14 commercianti, l’inchiesta “Addiopizzo5″ ha portato alla luce 19 casi di estorsione. Secondo le indagini il nuovo capo della famiglia di Capaci e Isola delle femmine sarebbe Pietro Bruno, 64 anni, mentre a Terrasini comanderebbe Salvatore D’Anna di 50 anni. Nel comprensorio le manette sono scattate anche per Salvatore Cataldo, 61 anni di Carini, Angelo Conigliaro, 75 anni di Carini in atto agli arresti domiciliari, Giuseppe Di Bella 52 anni di Montelepre, Gaspare Di Maggio, 49 anni di Cinisi, in atto detenuto, Giuseppe Di Maggio, 38 anni di Carini, Lorenzo Di Maggio 59 anni di Torretta attualmente in carcere, Alberto Evola 48 anni di Cinisi, Vito Mario Palazzolo 34 anni di Carini in atto detenuto, Vincenzo Pipitone 54 anni di Carini, già in carcere; Francesco Puglisi 44 anni di Torretta e Salvatore Vitale 35 anni di Cinisi. Con il blitz di oggi gli uomini della Squadra Mobile hanno inflitto un duro colpo all’establishment di Cosa nostra che, grazie alle precedenti operazioni condotte nel corso delle prime fasi dell’inchiesta Addiopizzo, ha complessivamente portato all’arresto di 184 persone, all’individuazione dei responsabili di 87 estorsioni, alla escussione testimoniale di 232 persone sentite come parti offese o informate sui fatti, alla collaborazione di 61 operatori economici alle indagini di polizia, al sequestro di 15 societa’ con fatturati di svariati milioni di euro.
 Fonte:
Maxi operazione a Palermo, 63 ordini custodia
13 dicembre 2010
Palermo. Una maxi operazione antimafia in corso a Palermo sta smantellando il mandamento guidato dai boss Salvatore Lo Piccolo e dal figlio Sandro.


Gli investigatori della Squadra mobile stanno eseguendo 63 ordini di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti delle famiglie di San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Terrasini, Carini e Cinisi che ricadono nel mandamento mafioso controllato dai Lo Piccolo fino al momento del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Per tutti le accuse vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso, all'estorsione, all'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla modalità mafiosa. L'operazione si inquadra nell'ambito delle indagini condotte dalla sezione Criminalità organizzata sul mandamento mafioso di Tommaso Natale e rappresenta l'ultima tranche delle inchieste denominate 'Addiopizzò. La complessa attività di intelligence della Polizia si è avvalsa, infatti, anche della attività di supporto e sensibilizzazione svolta dall'associazione Addio Pizzo, che ha convinto numerosi commercianti e imprenditori vittime del racket delle estorsioni a collaborare con gli investigatori. Le indagini hanno consentito di accertare una sistematica aggressione nei confronti delle più svariate attività economiche (hotel, imprese edili, attività commerciali, lavori di urbanizzazione, cantieri nautici, discoteche) da parte degli uomini di Cosa nostra su un territorio che spaziava dal capoluogo sino ai paesi della costa occidentale della provincia di Palermo
Ansa

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/32047/48/

 

Mafia: maxi blitz a Palermo, 63 ordini custodia cautelare

Ultima tranche 'Addiopizzo', smantellato clan boss Lo Piccolo

13 dicembre, 13:53
PALERMO - Una maxi operazione antimafia in corso a Palermo sta smantellando il mandamento guidato dai boss Salvatore Lo Piccolo e dal figlio Sandro. Gli investigatori della Squadra mobile stanno eseguendo 63 ordini di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti delle famiglie di San Lorenzo, Tommaso Natale, Partanna Mondello, Terrasini, Carini e Cinisi che ricadono nel mandamento mafioso controllato dai Lo Piccolo fino al momento del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Per tutti le accuse vanno dall'associazione per delinquere di stampo mafioso, all'estorsione, all'associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalla modalita' mafiosa.
L'operazione condotta dalla Squadra Mobile di Palermo, denominata Addio pizzo 5, sfociata stamani nell'esecuzione di 63 ordini di custodia cautelare, costituisce l'epilogo delle indagini connesse alla decriptazione dell' archivio scoperto nel covo dei boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo in occasione del loro arresto, avvenuto il 5 novembre del 2007. Una certosina attivita' di riscontro dei nomi in codice indicati nei pizzini, custoditi gelosamente dai Lo Piccolo, ha consentito di decifrare i nomi e i cognomi degli affiliati alla cosca.
Sono stati cosi' identificati i soggetti indicati, ad esempio come ''Y'' o ''Camion'', ritenuti responsabili di estorsioni, traffico di stupefacenti ed altre ipotesi di reato. In alcuni casi il personale specializzato della Polizia Scientifica e' riuscito a ricostruire alcune trame mafiose della famiglia, estrapolando i dati contenuti nel nastro di una macchina da scrivere utilizzata dai Lo Piccolo, reso apparentemente inservibile e gettato tra i rifiuti. Gli investigatori hanno cosi' accertato una serie di estorsioni messe a segno nel mandamento mafioso controllato dai boss. In alcuni casi e' stato pagato il pizzo da imprenditori impegnati in lavori di ristrutturazione dell'aeroporto di Palermo, nella realizzazione di una caserma militare e di un asilo materno. Gli investigatori hanno trovato ulteriori riscontri anche in relazione al quadro probatorio connesso all'uccisione del boss di Resuttana Giovanni Bonanno ed al successivo occultamento del suo cadavere, sotterrato in un terreno destinato a lottizzazione nel territorio di Carini.
E' stata fatta luce anche sul disegno dei Lo Piccolo di monopolizzare il mercato palermitano del traffico delle sostanze stupefacenti, invadendolo con la cocaina proveniente dal Sud-America tramite i porti olandesi, come hanno confermato recenti indagini della Polizia a Milano. Con il blitz odierno gli uomini della Squadra Mobile hanno inflitto un duro colpo all'establishment di Cosa nostra che, grazie alle precedenti operazioni condotte nel corso delle prime fasi dell'inchiesta Addiopizzo, ha complessivamente portato all'arresto di 184 persone, all'individuazione dei responsabili di 87 estorsioni, alla escussione testimoniale di 232 persone sentite come parti offese o informate sui fatti, alla collaborazione di 61 operatori economici alle indagini di polizia, al sequestro di 15 societa' con fatturati di svariati milioni di euro.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/12/13/visualizza_new.html_1670690414.html
  

I commercianti denunciano, 63 arresti

Il riciclaggio nei centri estetici più noti

Il pizzo pure su alcuni lavori all'aeroporto Falcone Borsellino. In manette gli uomini del mandamento di Tommaso Natale, ma anche sette insospettabili imprenditori che facevano da prestanome. Finisce in carcere Filippo Catania, titolare del notissimo centro benessere "O sole mio" di via Libertà, che sarebbe stato realizzato con i soldi del clan di Resuttana. Per l'inaugurazione, il boss Maurizio Spataro telefonò al fratello dell'allora presidente Cuffaro: "Ti faccio avere un invito anche per Totò"
di SALVO PALAZZOLO
Hanno pagato per anni al clan di Salvatore Lo Piccolo per ogni appalto che realizzavano, adesso hanno deciso di denunciare gli esattori del pizzo. Le dichiarazioni di tredici imprenditori sono state determinanti per l'ultima indagine della squadra mobile e della Procura di Palermo nei confronti di 63 persone accusate di aver gestito il mandamento di Tommaso Natale dopo l'arresto di Lo Piccolo, nel novembre 2007. Ventisei indagati erano già in carcere, per altre estorsioni. Trentasette sono finiti in manette questa notte. Uno è stato preso solo in serata.


Filippo Catania subito dopo l'arresto
Leggi l'elenco degli arrestati

I provvedimenti riguardano presunti mafiosi, ma anche insospettabili imprenditori che avrebbero fatto da prestanome. I boss avevano deciso di investire in nuove attività: uno dei più noti centri benessere del centro città, "O sole mio", sarebbe stato realizzato con i soldi del capomafia Giovanni Bonanno, della famiglia di Resuttana. Il titolare, Filippo Catania, è stato arrestato con l'accusa di associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori.

Il pizzo fu invece pagato per alcuni lavori all'aeroporto Falcone Borsellino. Questo è quanto emerge dalle indagini coordinate dai sostituti procuratori Francesco Del Bene, Lia Sava, Gaetano Paci, Annamaria Picozzi e Marcello Viola nonché dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Il pizzo sarebbe stato pagato anche dalla ditta che ha ristrutturato la caserma Bighelli dell'Esercito. Il mandamento di Tommaso Natale estendeva il suo potere dal centro città fino ad alcuni centri della provincia. Così, pagarono pure gli imprenditori che si erano aggiudicati l'appalto per la realizzazione di una scuola materna a Cinisi: quella volta, i boss non pretesero soldi, ma imposero alcune ditte di fiducia nei subappalti. Il taglieggiamento dei capimafia era esteso ai cantieri per la costruzione di palazzine private e ai distributori di benzina.

Tutto questo hanno confermato i tredici imprenditori che nei mesi scorsi sono stati convocati alla squadra mobile per spiegare quanto emergeva dalla contabilità trovata nei pizzini di Lo Piccolo. Il pizzo variava dal tre per cento sull'importo degli appalti ai 50 mila euro dei cantieri edili privati. I gestori dei distributori pagavano invece 20 mila euro all'anno. Il significato di cifre e codici segnati nei pizzini è stato spiegato anche da alcuni collaboratori di giustizia che un tempo era uomini fidati dei Lo Piccolo. Così è emerso il nome del capo della famiglia di Capaci e Isola delle femmine, Pietro Bruno, e del suo collega di Torretta, Salvatore D'Anna. Gli altri arresti riguardano esponenti delle famiglie di Carini, Montelepre, Tommaso Natale, Sferracavallo, Cardillo, Resuttana e Passo di Rigano. L'inchiesta fa luce anche su un traffico di droga gestito nel quartiere Zen.

Negli ultimi due anni sono stati ascoltati alla squadra mobile di Palermo 232 fra imprenditori e commercianti. Solo 61 hanno deciso di denunciare. "Non siamo ancora di fronte a una ribellione collettiva contro il racket, il pizzo purtroppo si paga ancora a Palermo, ma assistiamo a una significativa presa di coscienza da parte degli operatori economici", dice il vice questore Nino De Santis, che dirige la sezione Criminalità organizzata della Mobile. "E' un processo culturale importante e in evoluzione, che è stato favorito dal lavoro delle associazioni antiracket e adesso deve essere sostenuto sempre di più dalle associazioni di categorie".

I prestanome. L'ultima indagine ha svelato che i soldi delle estorsioni venivano reinvestiti in attività lecite attraverso una rete di insospettabili. In manette sono finiti gli imprenditori edili Michele Acquisto, Mario Biondo, Giuseppe e Isidoro Lo Cascio, Mario e Antonino Lucia.

Nel centro benessere di Filippo Catania si erano imbattute anche le indagini dei carabinieri. Da alcune intercettazioni era emerso che il 15 dicembre 2005 il boss Maurizio Spataro, oggi collaboratore di giustizia, aveva telefonato addirittura al cellulare di Giuseppe Cuffaro, fratello dell'allora presidente della Regione Siciliana, per invitarlo all'inaugurazione del nuovo solarium "O sole mio". Gli disse che avrebbe portato un invito "anche per Totò". Totò Cuffaro. E un'ora dopo, Spataro chiamò Catania: "Sto vedendo di fare venire una persona molto speciale", disse.

In un'altra attività di Filippo Catania, la parruccheria "Loca club" di viale del Fante, il boss Giovanni Bonanno (assassinato nel gennaio 2006) avrebbe invece organizzato dei summit di mafia.
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(13 dicembre 2010
Operazione “Addio pizzo 5”
L’elenco degli arrestati

Uno dei destinatari del mandato di cattura è ancora ricercato


Questo l'elenco dei 63 destinatari dell'ordine di custodia cautelare eseguito oggi dalla squadra mobile di Palermo nell'ambito dell'operazione "Addio pizzo 5", molti dei quali sono già detenuti.

Michele Acquisto, di 58 anni; Andrea e Domenico Barone, rispettivamente di 43 e 29 anni; Salvatore Baucina, di 46, in atto detenuto; Mario Biondo, di 44; Giovanni Botta, di 47, in atto agli arresti domiciliari; Pietro Bruno, di 64; Salvatore Cataldo, di 61; Filippo Catania, di 41; Domenico Caviglia, di 34, detenuto; Domenico Ciaramitaro, di 36, detenuto; Gaetano Ciaramitaro, di 42; Pietro Cinà, di 46, detenuto; Angelo Conigliaro, di 75, detenuto agli arresti domiciliari; Giovanni Corrao, di 45; Vincenzo Cosenza, di 39; Giovanni e Nicolò Cusimano, di 69 e 30 anni, entrambi detenuti; Salvatore D'Anna, di 50; Fabio Daricca, di 33; Antonino De Luca, di 40, detenuto; Giuseppe Di Bella, di 52; Gaspare Di Maggio, di 49, detenuto; Giuseppe Di Maggio, di 37; Lorenzo Di Maggio, di 59, detenuto; Francesco Paolo Di Piazza, di 48, detenuto; Giuseppe Enea, di 37; Alberto Evola, di 48; Lorenzo Fazzone, di 33; Mario Ferrazzano, di 25, detenuto agli arresti domiciliari; Edoardo La Matina, di 33; Salvatore Liga, di 46; Salvatore Liga, di 25, detenuto; Giuseppe e Isidoro Lo Cascio, di 40 e 64 anni; Filippo Lo Piccolo, di 36; e ancora i boss Salvatore Lo Piccolo, di 68, e il figlio Sandro, di 35, entrambi già detenuti; Giuseppe Lo Verde, di 53, detenuto; Antonino e Mario Lucia, di 58 e 33; Tommaso Macchiarello, di 56, detenuto; Filippo Mangione, di 28, detenuto; Salvatore Mangione, di 54, detenuto; Stefano Marino, di 38, detenuto; Sergio Messeri, di 44; Giuseppe Messina, di 32; Gioacchino Morisca, di 66, detenuto; Giuseppe Nicoletti, di 45; Giovanni Niosi, di 56; Vito Mario Palazzolo, di 34, detenuto; Calogero Pillitteri, di 40, detenuto; Vincenzo Pipitone, di 54, detenuto; Carlo Puccio, di 29; Francesco Puglisi, di 44; Salvatore Randazzo, di 43; di 33, detenuto; Guido Spina, di 45, detenuto agli arresti domiciliari; Felisiano Tognetti, di 39; Massimo Giuseppe Troia, di 35, detenuto; Salvatore Vitale, di 35; Filippo Zito, di 41.

(13 dicembre 2010)

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