Il Professore : ... ... Giova ricordare , peraltro , IL Che Personaggio Il proprietario del bene confiscato , in partiture OCCASIONE delle elezioni sosteneva Amministrativo Il Candidato della lista "Rinascita Isolana " Rosario Rappa .
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lunedì 30 maggio 2011

Arrestato Impastato prestanome del BOSS

Il cemento della mafia nella metro di PalermoIn un pizzino i segreti dei boss, blitz della Dia
Le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia hanno scoperto che alcune imprese legate a Cosa nostra avrebbero gestito le forniture per realizzare l’opera pubblica più grande del capoluogo siciliano. In un biglietto trovato nel covo di Bernardo Provenzano, scritto da Salvatore Lo Piccolo, era segnato il nome dell'imprenditore che aveva organizzato l’ultimo affare delle cosche: Andrea Impastato. Questa mattina è stato arrestato

di SALVO PALAZZOLO

 
 “Zio, la informo che siccome in breve dovrebbe iniziare la metropolitana volevo chiedere se le interessa qualche calcestruzzi da fare lavorare”. Così Salvatore Lo Piccolo, il padrino più potente della città, scriveva a Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra. Quella volta, non furono utilizzati né numeri, né codici per parlare dell’appalto più importante che stava per essere avviato a Palermo: “Se c’è qualche calcestruzzi che le interessa - annotò Lo Piccolo - me lo faccia sapere che la inserisco nel consorziato che sto facendo con Andrea Impastato”. Quel biglietto fu trovato a Corleone, nel covo di Provenzano, al momento del suo arresto. Era l’11 aprile 2006. Da allora, la Procura di Palermo tiene sotto controllo il grande appalto per il raddoppio del passante ferroviario, un’opera da 623 milioni di euro, assegnata da Rete ferroviaria italiana spa.
Il pizzino scritto da Lo Piccolo a Provenzano
Questa mattina, il centro operativo Dia di Palermo ha arrestato l’imprenditore Andrea Impastato, 63 anni, originario di Cinisi ma residente a Montelepre (Palermo). E’ lui l’uomo indicato nel pizzino di Lo Piccolo: è accusato di aver organizzato e gestito un consorzio di aziende mafiose che in questi anni avrebbe rifornito di cemento e altro materiale l’appalto per la metro.

Impastato forniva il calcestruzzo. Un’altra ditta, legata al boss Tommaso Cannella, si sarebbe occupata delle trivellazioni. Una terza azienda, gestita da un imprenditore catanese arrestato per mafia nel 2005, aveva ottenuto in affidamento i lavori edili di un intero lotto della metropolitana, quello del tratto Cardillo-Carini. Questo dicono le indagini, che sono state coordinate dai sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Gaetano Paci e Francesco Del Bene nonché dall’aggiunto Antonio Ingroia.

Qualche anno fa, anche la prefettura di Palermo aveva segnalato possibili infiltrazioni di mafia nell’opera pubblica più grande del capoluogo siciliano. Ma i boss sarebbero corsi subito ai ripari. La Dia ha scoperto che l’organizzazione mafiosa era riuscita a mantenere i propri affari cambiando in corsa i nomi delle società e i prestanome. E’ il punto più delicato dell’indagine, che è ancora in corso: dalle intercettazioni sarebbero emersi contatti e frequentazioni fra i manager mafiosi e alcuni funzionari del consorzio che gestisce l’opera.

Di certo, alla vigilia dell’appalto da realizzare a Palermo ci sarebbero state grandi manovre all’interno della mafia siciliana. Anche questo dicono le indagini del centro operativo Dia del capoluogo siciliano, che è diretto dal colonnello Giuseppe D’Agata.  In un primo tempo, i boss palermitani avevano imposto uno stop alle cosche catanesi. Poi, sarebbe intervenuta la mediazione di alcuni capimafia vicini a Provenzano, per consentire ai catanesi una partecipazione ai lavori nella zona di Bagheria e Villabate, da dove è iniziato l’appalto.

La Dia ha scoperto questo e altri retroscena intercettando alcuni imprenditori legati a Cosa nostra. Prima ancora del ritrovamento del pizzino nel covo di Provenzano, erano state ascoltate in diretta le trattative per l’ingresso a Palermo delle imprese mafiose di Catania.

L’appalto
A gestire il raddoppio del passante ferroviario di Palermo è l’associazione temporanea di imprese composta da “S.i.s. spa”, “Sintagma spa” di Perugia e “Geodata srl” di Torino. La capofila è un consorzio stabile di imprese in cui figurano il colosso spagnolo “Sacyr”, la “Inc general contractor spa” e la “Sipal spa” con sede a Torino. I lavori sono iniziati ufficialmente il 22 febbraio 2008. Ma già nel 2006, la Sis aveva iniziato a sistemare i cantieri nelle zone di Brancaccio e di Isola delle femmine. E proprio in quell’occasione sarebbero state effettuate le prime forniture da parte di aziende legate a Cosa nostra: è quanto emerge dalle indagini.
L’imprenditore arrestato
Nell’ottobre 2002, Andrea Impastato era già finito in manette. Ironia della sorte, per un altro biglietto, questa volta elettronico: il suo nome era in un file trovato dentro un floppy disk, che fu sequestrato a casa di Pino Lipari, il consulente economico di Bernardo Provenzano. Lipari aveva provato a cancellarlo quel file, ma era rimasta una traccia, che non sfuggì al consulente informatico della Procura, Gioacchino Genchi.

Il file conteneva una lettera scritta da Lipari a Provenzano, per fare il punto su affari e investimenti. In primo grado non bastò per la condanna di Impastato, che i giudici decisero invece in appello, a quattro anni. Nel 2008, il tribunale Misure di prevenzione di Palermo ha sequestrato a Impastato società e beni per 150 milioni di euro.
Evidentemente, questo curriculum non aveva insospettito i titolari dell’appalto per la metropolitana di Palermo, che avrebbero continuato a rifornirsi da Impastato e dai suoi fidati collaboratori 

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domenica 9 gennaio 2011

Testo interrogazione parlamentare raddoppio ferroviario in commissione

Testo interrogazione in commissione



 SIRAGUSA e VELO. - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Per sapere - premesso che:
sul sito web di Italfer si legge, nella sezione riguardante i progetti, che a «Palermo, come nelle principali aree metropolitane, è in atto una radicale trasformazione della rete di trasporto pubblico basata sul potenziamento del servizio ferroviario metropolitano, collegato e integrato con linee tram, bus e parcheggi di interscambio. Uno degli assi portanti di
questa trasformazione è il passante ferroviario, che attraverserà Palermo e la sua area metropolitana, da Cefalù all'aeroporto di Punta Raisi: 90 km di percorso, 24 dei quali all'interno della città, con 17 stazioni e 22 fermate. Gli obiettivi del Progetto sono i seguenti: potenziare l'offerta del trasporto ferroviario aumentando la frequenza dei treni; creare un servizio ferroviario di tipo metropolitano integrato con il Piano del Trasporto Pubblico di massa nell'area urbana di Palermo con 6 stazioni e 17 fermate in ambito urbano e suburbano; potenziare il collegamento con l'aeroporto di Punta Raisi con un servizio di frequenza cadenzata; offrire un servizio ferroviario più efficiente in termini di fruibilità, funzionalità e regolarità ed economicità di servizio; favorire la mobilità dei flussi pendolari tra Palermo e i comuni di Isola delle Femmine, Capaci, Carini, Cinisi e Terrasini; abolizione di tutti i passaggi a livello; centralizzare e automatizzare tutte le principali funzioni ferroviarie»;
per conseguire gli interventi sopra descritti è stato pianificato un progetto integrato denominato «nodo di Palermo»;
esso prevede - sempre secondo quanto descritto dal sito web la realizzazione del sistema, di comando e controllo (SCC) e ti raddoppio della linea ferroviaria dalla stazione di Palermo Centrale/Brancaccio fino a Carini, da dove si diparte la nuova linea in esercizio a doppio binario elettrificato di collegamento con l'aeroporto Falcone-Borsellino da tempo già attivata. L'intervento interessa le tratte Palermo C.le/Brancaccio-Orleans, Orleans-Notarbartolo-Belgio, Belgio-Isola delle Femmine, Isola delle Femmine-Carini con parziale interramento della linea a Tommaso Natale e a Capaci;
l'intervento di raddoppio della linea - si legge nello stesso - è stato suddiviso nelle seguenti tratte; A) Palermo C.le/Brancaccio-Notarbartolo; B) Notarbartolo-La Malfa; C) La Malfa-Carini;
il 22 febbraio - si legge - è avvenuta la consegna dei lavori del passante, con il conseguente avvio della fase realizzativa delle opere comprese nelle tratte A) e C) non soggette a variante. Sono in corso gli approfondimenti progettuali per l'interramento richiesto per la tratta B). Sono in corso le verifiche di una variante nella tratta Orleans-Lolli a seguito di prescrizioni della soprintendenza ai beni culturali ed ambientali. L'attivazione del raddoppio è prevista entro il 2015. Il costo complessivo degli interventi è pari a 1113 milioni;
l'impresa che si è aggiudicata l'appalto è l'associazione temporanea d'imprese composta da Consorzio stabile S.I.S. Sintagma spa (Perugia) e Geodata srl (Torino). Capofila è una delle tre ditte riunite nella sigla S.I.S., cioè la madrilena Sacyr, colosso che, fra l'altro, affianca la Impregilo nella gara per il ponte sullo Stretto di Messina. Del consorzio S.I.S. fanno parte, poi, le torinesi Inc generalcontractor spa e Sipal;
all'interrogante risulta che: la consegna dei lavori è stata fatta il 22 febbraio 2008 per una durata complessiva per le tratte A) e C) di 1640 giorni per concludersi a settembre 2012 e di 1215 giorni per la tratta B) per concludersi a giugno 2011;
a causa dei forti ritardi accumulati dal Consorzio SIS, in particolare nella tratta C), si è dovuto fare un nuovo atto contrattuale che ha modificato la data di ultimazione dei lavori;
per la tratta A), grazie alla chiusura della tratta per un anno, che ha permesso di contenere i ritardi, la durata complessiva è diventa di 1920 giorni con un ritardo di quasi un anno;
per la tratta C) la durata prevista è ad oggi 2260 giorni con un ritardo di due anni;
per la tratta B) è stata fatta una variante, in attesa del via libera da parte dell'ARTA. Se entro giugno 2011 non sarà approvata non si farà più, come previsto dall'ultimo atto modificativo del contratto con la ditta appaltatrice (Giornale di Sicilia del 17 febbraio 2011);
se dovessero partire entro giugno, i lavori dovrebbero concludersi a dicembre del 2016, con un ritardo di quasi sei anni;
sempre in base a quanto risulta all'interrogante nel 1999, a causa dei ritardi sulle attività di progettazione e realizzazione dei lavori, Ferrovie dello Stato ha deciso di creare con sede a Palermo una struttura di area di Italferr utilizzando 80 tra professionisti e tecnici siciliani. Dopo un forte impulso iniziale con lo sblocco di tutte le attività ferme e l'inizio di tutti i nuovi lavori, nel corso degli anni Italferr ha iniziato una progressiva dislocazione a discapito del controllo sulle attività e sui costi. La sede di area è stata trasferita prima a Roma ed in seguito a Napoli relegando la sede di Palermo quale sede periferica;
pertanto dal 2009 viene utilizzato personale di altre sedi con una notevolissima lievitazione dei costi del personale: solo di spese per trasferte e solo per il passante ferroviario, nel 2010 si sarebbe superato il milione di euro;
risulta all'interrogante che in diversi casi esisterebbero legami di parentela tra dipendenti Italferr e Ferrovie dello Stato e dipendenti di ditte e imprese vincitrici di appalti per la realizzazione di opere del sistema ferroviario, gestiti da gruppi di Ferrovie dello Stato: solo a titolo di esempio, il supervisore dei lavori del passante ferroviario, (tratta C), per Italferr è l'ingegner Fiorenzo Laquidara, la cui moglie sarebbe Francesca Olivari assunta dalla SIS, che sta realizzando i lavori del passante in questione, la quale avrebbe ricoperto, fino alla fine del 2010, incarichi operativi relativi proprio al passante ferroviario e avrebbe partecipato, in questa veste, a riunioni e incontri, ai quali era presente anche il marito ingegner Laquidara; inoltre, Roberto Romano è project manager di Italferr SpA per il nodo di Palermo ed è stato project manager dei lavori della Fiumetorto-Ogliastrillo. Il fratello Maurizio sarebbe dipendente della Tecnimont, impresa appaltatrice di quei lavori;
il coordinatore delle opere del passante ferroviario sarebbe l'ingegner Salvatore Vanadia -:
se sia a conoscenza della situazione descritta in premessa ed in particolare dei ritardi accumulati e dei costi aggiuntivi;
se corrisponda al vero che Italferr utilizzi per i lavori in corso in Sicilia personale di altre sedi, con ulteriore aggravio dei costi;
se e quali iniziative abbia assunto o intenda assumere a fronte dei ritardi evidenziati e della lievitazione dei costi;
se il Ministro interrogato non intenda acquisire e fornire il curriculum del coordinatore delle opere del passante ferroviario;
se il Ministro abbia conferma dei legami di parentela esistenti tra dipendenti di Italferr e Ferrovie dello Stato dipendenti delle imprese appaltatrici dei lavori di Ferrovie dello Stato e, in caso di risposta affermativa, se non ritenga anomala tale situazione.
(5-04479)

 http://parlamento.openpolis.it/atto/documento/id/60175

 

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L'imprenditore ricattato

L'imprenditore ricattato

18 gennaio 2011 —   pagina 9   sezione: PALERMO

GLI imprenditori vessati non denunciano e il racket non si ferma davantia niente, neanche quando le circostanze lo portanoa distanza ravvicinatissima con le istituzioni.
Succede così che la cosca di Partinico, ormai decimata dalle ripetute operazioni di polizia, non esita a chiedere il pizzo ad una impresa sequestrata e in amministrazione giudiziaria o ad un'altra che lavora all'interno del carcere di Pagliarelli.
Particolari sconcertanti che emergono dalle intercettazioni agli atti dell'ordinanza dell'operazione Codice Rosso. È l'8 maggio 2009 quando Andrea Impastato, imprenditore edile molto vicino a Bernardo Provenzano, da poco scarcerato dopo aver scontato una condanna per mafia, si incontra con il "collega" Pietro Manno in un bar della piazza di Mondello. Impastato vorrebbe reinserirsi nel mercato delle forniture di calcestruzzi nei cantieri edili ma trova difficoltà, gli viene preferita un'impresa di Cinisi, e chiede a Manno consigli su come muoversi: «Sono tinti, però io, per vedere a chi posso... dove posso andare a bussare, per vedere da dove mi arrivano queste contrarietà... io devo cercare a qualcuno per vedere o che ho sbagliato e non me ne sono reso conto, o che ci sono o che ci sono altri...?». Manno, prima risponde in modo generico: «Lei lo sa meglio di me, non è che ci passò stamattina... è nato stamattina! E' una vita che lei fa questo mestiere». Poi, quando Impastato gli chiede se lui sta lavorando alla realizzazione di 300 alloggi all'interno del carcere di Pagliarelli, risponde: «Sì, ad esempio, al carcere, pure che ero dentro il carcere lo stesso a me mi chiamarono, nonè che perché eravamo dentro il carcere, io, non mi ha chiamato nessuno... Minchia, saltarono fuori e io non li conosco». «Ah! pure là dentro il carcere?» si meraviglia Impastato.
«Dapp ertutto», conclude Manno. A chiedere la messa a posto a Manno per l'esecuzione di lavori in subappalto nel carcere di Pagliarelli - scrivonoi magistrati nell'ordinanza di custodia cautelare - sono esponenti mafiosi della zona di Partanna Mondello. E d'altra parte, i mafiosi delle famiglie di Partinico e Carini avevano chiesto il pagamento della tangente anche alle imprese sequestrate dello stesso Impastato, la Meditour e Prime iniziative, nonostante la presenza dell'amministratore giudiziario. Incredulo davanti alle richieste di Vito Failla, Andrea e Giacomo La Duca, emissari del boss di Partinico Leonardo Vitale e dal capofamiglia di Carini Giovanbattista Passalacqua, Andrea Impastato osservava di non poter accogliere le richieste perché non era più padrone delle sue aziende. Secca la replica dei tre estorsori, intercettati dagli investigatori: «Ti mettemu i catenazzi».
 - a. z.

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Il cemento della mafia nella metro di Palermo

Il cemento della mafia nella metro di PalermoIn un pizzino i segreti dei boss, blitz della Dia
Le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia hanno scoperto che alcune imprese legate a Cosa nostra avrebbero gestito le forniture per realizzare l’opera pubblica più grande del capoluogo siciliano. In un biglietto trovato nel covo di Bernardo Provenzano, scritto da Salvatore Lo Piccolo, era segnato il nome dell'imprenditore che aveva organizzato l’ultimo affare delle cosche: Andrea Impastato. Questa mattina è stato arrestato

di SALVO PALAZZOLO

 
 “Zio, la informo che siccome in breve dovrebbe iniziare la metropolitana volevo chiedere se le interessa qualche calcestruzzi da fare lavorare”. Così Salvatore Lo Piccolo, il padrino più potente della città, scriveva a Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra. Quella volta, non furono utilizzati né numeri, né codici per parlare dell’appalto più importante che stava per essere avviato a Palermo: “Se c’è qualche calcestruzzi che le interessa - annotò Lo Piccolo - me lo faccia sapere che la inserisco nel consorziato che sto facendo con Andrea Impastato”. Quel biglietto fu trovato a Corleone, nel covo di Provenzano, al momento del suo arresto. Era l’11 aprile 2006. Da allora, la Procura di Palermo tiene sotto controllo il grande appalto per il raddoppio del passante ferroviario, un’opera da 623 milioni di euro, assegnata da Rete ferroviaria italiana spa.
Il pizzino scritto da Lo Piccolo a Provenzano
Questa mattina, il centro operativo Dia di Palermo ha arrestato l’imprenditore Andrea Impastato, 63 anni, originario di Cinisi ma residente a Montelepre (Palermo). E’ lui l’uomo indicato nel pizzino di Lo Piccolo: è accusato di aver organizzato e gestito un consorzio di aziende mafiose che in questi anni avrebbe rifornito di cemento e altro materiale l’appalto per la metro.

Impastato forniva il calcestruzzo. Un’altra ditta, legata al boss Tommaso Cannella, si sarebbe occupata delle trivellazioni. Una terza azienda, gestita da un imprenditore catanese arrestato per mafia nel 2005, aveva ottenuto in affidamento i lavori edili di un intero lotto della metropolitana, quello del tratto Cardillo-Carini. Questo dicono le indagini, che sono state coordinate dai sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Gaetano Paci e Francesco Del Bene nonché dall’aggiunto Antonio Ingroia.

Qualche anno fa, anche la prefettura di Palermo aveva segnalato possibili infiltrazioni di mafia nell’opera pubblica più grande del capoluogo siciliano. Ma i boss sarebbero corsi subito ai ripari. La Dia ha scoperto che l’organizzazione mafiosa era riuscita a mantenere i propri affari cambiando in corsa i nomi delle società e i prestanome. E’ il punto più delicato dell’indagine, che è ancora in corso: dalle intercettazioni sarebbero emersi contatti e frequentazioni fra i manager mafiosi e alcuni funzionari del consorzio che gestisce l’opera.

Di certo, alla vigilia dell’appalto da realizzare a Palermo ci sarebbero state grandi manovre all’interno della mafia siciliana. Anche questo dicono le indagini del centro operativo Dia del capoluogo siciliano, che è diretto dal colonnello Giuseppe D’Agata.  In un primo tempo, i boss palermitani avevano imposto uno stop alle cosche catanesi. Poi, sarebbe intervenuta la mediazione di alcuni capimafia vicini a Provenzano, per consentire ai catanesi una partecipazione ai lavori nella zona di Bagheria e Villabate, da dove è iniziato l’appalto.

La Dia ha scoperto questo e altri retroscena intercettando alcuni imprenditori legati a Cosa nostra. Prima ancora del ritrovamento del pizzino nel covo di Provenzano, erano state ascoltate in diretta le trattative per l’ingresso a Palermo delle imprese mafiose di Catania.

L’appalto
A gestire il raddoppio del passante ferroviario di Palermo è l’associazione temporanea di imprese composta da “S.i.s. spa”, “Sintagma spa” di Perugia e “Geodata srl” di Torino. La capofila è un consorzio stabile di imprese in cui figurano il colosso spagnolo “Sacyr”, la “Inc general contractor spa” e la “Sipal spa” con sede a Torino. I lavori sono iniziati ufficialmente il 22 febbraio 2008. Ma già nel 2006, la Sis aveva iniziato a sistemare i cantieri nelle zone di Brancaccio e di Isola delle femmine. E proprio in quell’occasione sarebbero state effettuate le prime forniture da parte di aziende legate a Cosa nostra: è quanto emerge dalle indagini.
L’imprenditore arrestato
Nell’ottobre 2002, Andrea Impastato era già finito in manette. Ironia della sorte, per un altro biglietto, questa volta elettronico: il suo nome era in un file trovato dentro un floppy disk, che fu sequestrato a casa di Pino Lipari, il consulente economico di Bernardo Provenzano. Lipari aveva provato a cancellarlo quel file, ma era rimasta una traccia, che non sfuggì al consulente informatico della Procura, Gioacchino Genchi.

Il file conteneva una lettera scritta da Lipari a Provenzano, per fare il punto su affari e investimenti. In primo grado non bastò per la condanna di Impastato, che i giudici decisero invece in appello, a quattro anni. Nel 2008, il tribunale Misure di prevenzione di Palermo ha sequestrato a Impastato società e beni per 150 milioni di euro.
Evidentemente, questo curriculum non aveva insospettito i titolari dell’appalto per la metropolitana di Palermo, che avrebbero continuato a rifornirsi da Impastato e dai suoi fidati collaboratori 

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Posti i sigilli a centinaia di immobili tra Trapani e Palermo

Posti i sigilli a centinaia di immobili tra Trapani e Palermo
riconducibili a un prestanome per un valore di circa 150 milioni di euro
Mafia, sequestrato il tesoro
di Provenzano e Lo Piccolo

 
  PALERMO - Beni per circa 150 milioni di euro sono stati sequestrati a un prestanome dei boss Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo. A farlo sono stati gli agenti della sezione Misure di prevenzione della questura di Palermo che, nell'operazione denominata ''Secret business'' hanno apposto i sigilli a centinaia di immobili in provincia di Trapani e di Palermo riconducibili ad Andrea Impastato, 60 anni, arrestato nel 2002 per mafia e ritenuto un prestanome dei due boss.

Il patrimonio sequestrato comprende aziende operanti nell'edilizia e nell'estrazione di materiale da cava, complessi industriali, capannoni, terreni, beni mobili, conti correnti, depositi e titoli per un valore complessivo di un milione e mezzo di euro, e un complesso turistico-residenziale a San Vito Lo Capo, costituito da numerosi appartamenti e alcune villette. I provvedimenti di sequestro sono stati disposti dai giudici del tribunale di Palermo che hanno accolto la richiesta del procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e del pm Gaetano Guardì, che hanno coordinato l'inchiesta.

Tutti i beni erano riconducibili, direttamente o indirettamente, ad Andrea Impastato, figlio di Giacomo detto "u sinnacheddu", esponente mafioso di spicco della famiglia di Cinisi e legato ai Badalamenti. Un fratello di Impastato, Luigi, 65 anni, venne assassinato a Palermo il 22 settembre del 1981, agli inizia della guerra di mafia finita con il predominio dei corleonesi.

Andrea Impastato era stato arrestato il 2 ottobre del 2002 per associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta su
Pino Lipari, 73 anni, arrestato il 24 gennaio dello stesso anno e condannato come il consulente finanziario di Provenzano. Dall'esame del materiale informatico sequestrato a casa di Lipari è emerso che Impastato era stato indicato da Provenzano come amministratore delle ricchezze dei boss. Le successive indagini hanno portato a far emergere una serie di contatti, sia personali che economici, di Impastato con numerosi personaggi di spicco di Cosa nostra, come Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo.
 
 fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/mafia-2/tesoro-provenzano/tesoro-provenzano.html
 
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La holding familiare del riciclaggio

La holding familiare del riciclaggio

L´ascesa di Impastato, da gregario di Provenzano a prestanome
di Alessandra Ziniti
  Era stato proprio lo "zio" a fare il suo nome a Pino Lipari. Quell´Impastato di Cinisi, dal pedigree mafioso di tutto rispetto, era un "imprenditore" affidabile per cercare di occultare almeno una parte dell´immenso patrimonio che i boss di Cosa nostra avevano investito in ville, terreni, ma soprattutto in attività industriali, commerciali e turistiche nella zona costiera compresa tra Carini e San Vito Lo Capo. E questa volta a tradire Provenzano non è stato un "pizzino" ma un supporto informatico sequestrato al suo braccio destro economico Pino Lipari al momento del suo arresto. Nel suo computer, nel 2002, gli investigatori della squadra mobile trovarono il nome di Andrea Impastato, il figlio di Giacomo "u sinnacheddu", vecchio mafioso molto vicino ai Badalamenti.
A lui, lontano parente della moglie di Lipari, e ai loro cinque figli era intestata la gran parte dell´immenso patrimonio, quasi 150 milioni di euro, che ieri, su ordine della sezione misure di prevenzione del tribunale, la polizia ha posto sotto sequestro. Un´indagine coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e dal sostituto Gaetano Guardì.
Un sequestro record se si guarda a molte voci, a cominciare da quella dei "liquidi", un milione e mezzo di euro trovati in conti correnti, libretti postali e buoni fruttiferi e intercettati prima che gli Impastato potessero occultarli visto che l´indagine patrimoniale sulla famiglia di prestanome di Bernardo Provenzano ha dovuto subire un brusco stop quando, in primo grado, Andrea Impastato venne assolto dal tribunale di Palermo.
A far ripartire il certosino lavoro di ricostruzione di proprietà immobiliari, capannoni industriali, aziende e attività commerciali, la sentenza della corte d´appello che nel 2005 ribaltò il verdetto condannando Andrea Impastato a quattro anni, facendo riaprire per lui le porte del carcere.
Certo il nome di Impastato non era nuovo per gli investigatori e non solo per lo spessore di padre e zio (Luigi Impastato ucciso a Palermo in un agguato nel 1981). Che fosse uno degli uomini di Bernardo Provenzano, magistrati e poliziotti lo sapevano da tempo. Il suo nome era nella cerchia strettissima di quelli che, nella fascia costiera tra Terrasini e Palermo, favorivano la latitanza del boss corleonese. Gestiva piccole attività imprenditoriali Andrea Impastato ma quando c´era bisogno si occupava personalmente anche di estorsioni, come "captato" dalle microspie piazzate dalla polizia nell´ormai famoso residence di San Vito Lo Capo in cui Pino Lipari teneva le sue riunioni operative. E ad Impastato toccò il compito di "mettere a posto" un grosso gruppo imprenditoriale, il "Mercatone Uno" (il cui coinvolgimento è assolutamente escluso dagli inquirenti) che aveva affittato uno dei capannoni dell´area industriale di Carini, adesso oggetto del sequestro disposto dalla sezione misure di prevenzione del tribunale.

Ed è proprio a San Vito Lo Capo, nel residence Calamancina e in diversi altri appartamenti all´interno della nota località turistica del trapanese, che i boss avevano investito una bella fetta di denaro, quasi quattro milioni di euro. E adesso il sindaco Giuseppe Peraino dice: «Auspico che i beni confiscati ai boss siano affidati al più presto in maniera da poter essere utilizzati per scopi sociali. Sono dispiaciuto per il fatto che il nome della nostra città, conosciuta per le sue bellezze naturali, sia stata associata a fatti di mafia anche perché a San Vito Lo Capo non c´è nessuna tradizione mafiosa».
(22 febbraio 2008)
 Fonte la Repubblica

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